Domenica 05 Settembre 2010
 

Il crollo del ponte sul fiume Po

Guardando al futuro.
“Fa’ attenzione, il Po è traditore”. La frase è di Gianni Brera, il giornalista sportivo nato a San Zenone Po, in provincia di Pavia. Lui, “cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti”, si dichiarava “padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni”. Il Po lo conosceva bene.
A San Rocco al Porto lo hanno preso così sul serio che nella chiesa parrocchiale hanno realizzato, dopo la minacciosa piena del 2000, una cappella con un dipinto dedicato alle inondazioni del Po e all’opera di chi si fa in quattro per salvare le vite umane in pericolo.
Il Po è sempre stato minaccioso. Alla fine del 300, quando la Chiesa a Piacenza muoveva i primi passi, ci pensò il vescovo Savino a mettere in riga il tormentato fiume intimandogli, nel nome di Dio, di tornare sui suoi passi. E il fiume obbedì.
Che non ci fosse da fidarsi del Po questo era chiaro. La piena delle settimane scorse ha superato quota 7 metri e anch’essa ha fatto stare in apprensione i centri abitati attorno al Grande Fiume.
Ma nessuno si aspettava che a cedere fosse proprio il ponte ricostruito dopo i bombardamenti della guerra e inaugurato nel 1949 dal presidente della Repubblica Einaudi. Per la verità, tra i tecnici l’allarme c’era. Nel 2006 era stato lanciato un SOS proprio per i cedimenti strutturali del giunto di un pilone nella parte piacentina. E anche la gente dei paesi del basso lodigiano temeva che qualcosa di grave prima o poi accadesse. Sempre a San Rocco, dove abita una delle persone coinvolte nel crollo del ponte e “miracolosamente” illesa, è stata celebrata una messa di ringraziamento. Il disastro, lo hanno detto tutti, poteva essere gravissimo.
è colpa della piena, dei mancati controlli oppure dei lavori di sistemazione che hanno riguardato solo una parte della struttura? Ora la parola passa al magistrato, all’ANAS e ai politici per l’esame delle cause e per la ricostruzione di un ponte che è una struttura chiave per i collegamenti tra due aree dell’Italia. Anche il “Patto per Piacenza” negli scorsi anni ha invocato un nuovo ponte, ampio ed efficiente, perchè il carico di veicoli è molto aumentato rispetto a 60 anni fa.
La prima cosa da chiedere è che ci sia davvero attenzione alla gente, alle sue esigenze di muoversi, alle numerose attività economiche che uniscono Emilia e Lombardia. E che in questo non ci siano lentezze. Lo si è detto mille volte: Piacenza ha la vocazione ad essere cerniera di collegamento tra territori, e nella caduta del ponte è, per così dire, stata colpita al cuore.
In secondo luogo, ciò che è accaduto spinge a un esame di coscienza. Com’è possibile che certi allarmi siano caduti nel vuoto? Non si tratta qui di fare il solito processo all’italiana, come ci ha abituato la tv - alla fine non sai chi ha ragione e chi ha torto - o di trovare a tutti i costi un capro espiatorio. Serve affrontare seriamente la questione per guardare alla realtà e trovare una soluzione che non sia posticcia o frutto di compromessi. Le strutture sono per le persone e per la loro vita.
Terza cosa: la fede della comunità sanrocchina ci è di esempio. Fede, e non fideismo. La fede è mettere nelle mani di Dio un problema, sapendo che Lui è il Creatore, è un Padre che ama; quindi, nelle sue mani, qualunque cosa accada siamo al sicuro. Gesù, che non predicava teorie, parlò un giorno del crollo della torre di Siloe a Gerusalemme: fece 18 morti. Per lui era solo un esempio: voleva parlare della fragilità delle cose e della vita dell’uomo. E soprattutto voleva ricordare che appoggiarsi a Dio non è un ripiego consolatorio, ma un dare spazio a chi ci ha “costruito”. Prendere sul serio Cristo è prendere sul serio la vita e le nostre responsabilità.
Davide Maloberti