Domenica 05 Settembre 2010
 

Storia di Luca che era gay

Ex ballerino della Milano della moda, 
si è sposato e porta avanti un cammino 
di spiritualità per chi desidera uscire dalla condizione omosessuale

“Luca era gay” canta Povia a San Remo, mentre l’Arcigay con il presidente Grillini tuona contro una canzone omofoba che - citiamo dal settimanale Tv Sorrisi e Canzoni - prende a prestito “il racconto di tal Luca Tolve il quale, dopo averne fatte di tutti i colori, sputa veleno sugli omosessuali e si dichiara ‘guarito’ con un percorso guarda caso molto simile a quello del brano di Povia”.

Non sono il Luca di Povia
“Non sono io quel Luca e non per mia volontà è stato montato questo caso”, replica il diretto interessato, Luca Di Tolve - questo il nome esatto - 38enne milanese che, da protagonista del panorama gay degli anni ‘80, è diventato animatore del GruppoLot, un percorso di spiritualità rivolto a persone che desiderano uscire dalla condizione omosessuale. Luca si è trovato nell’occhio del ciclone quando, a Brescia, dove ha avviato con l’appoggio della diocesi uno di questi gruppi, l’Arcigay ha fomentato una campagna denigratoria nei confronti di quest’esperienza, accusandolo di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali.
Luca non ha mai detto, contrariamente a quanto gli viene contestato, che l’omosessualità è una malattia. Ha parlato sì di guarigione, ma di una “guarigione spirituale”. Ha rifiutato gli inviti dei salotti televisivi. Ha accettato di portare la sua testimonianza a pochi amici giornalisti - tra cui noi de Il Nuovo Giornale - per far conoscere una realtà che, appena nata, rischia di essere soffocata dalla disinformazione e da sterili polemiche. “Non combattiamo contro nessuno. Abbiamo fatto esperienza sulla nostra pelle che il cammino di fede cristiano ci ha molto aiutati a liberarci da una condizione di vita che per noi era infelice e indesiderata. Se per altri lo stile di vita gay è una scelta che li rende felici, sceglieranno in base alla loro libertà”.  

Un’infanzia al femminile
Luca è di origini pugliesi, ma nato, battezzato e cresciuto a Milano, zona Sempione. La mamma ha 17 anni quando resta incinta ed i suoi la costringono al classico matrimonio riparatore. Luca ne ha sei quando il padre se ne va di casa. Gli unici ricordi che ha della sua famiglia sono le liti burrascose, la mamma sempre cupa, sottomessa ad un marito padrone e a un padre assente.
Non è facile tirar su un bambino da sola. La mamma, inserviente al convento Sacro Cuore, quand’è al lavoro lo affida alle zie e alle amiche del palazzo. “Sono cresciuto solo con riferimenti femminili. Giocavo con le bambole, a fare la mamma. Mi identificavo in quel mondo che mi dava sicurezza”. Alle scuole medie, gli altri ragazzi cominciano a prenderlo in giro: ma tu - gli chiedono - sei maschio o femmina? Luca inzia a chiederselo anche lui. Da un lato, vorrebbe come i ragazzini della sua età buttarsi nei loro giochi. Dall’altro, non ne ha il coraggio. “Non avevo nessuna figura maschile che potesse darmi un incoraggiamento: un papà, un istruttore sportivo...  Anche le mie insegnanti erano tutte donne”.
A 13 anni una scoperta che lo sconvolge: è attratto dal compagno di banco. “Guardavo insistentemente questo ragazzino molto mascolino, bello, perfetto. Lo idolatravo. Arrivai a provare nei suoi confronti dei sentimenti ossessivi, fino a credere di esserne innamorato. Di notte, gridavo il suo nome nel sonno...”.
La mamma, preoccupata, lo porta in un consultorio. “Ricordo ancora la sala, molto grande. Io stavo in un angolo e fingevo di giocare: in realtà ascoltavo quel che la psicologa diceva di me a mia madre. Ossia che ero il classico adolescente turbato dalla separazione dei genitori, che forse stavo prendendo un orientamento omosessuale ma che non c’era di che preoccuparsi, era una cosa normale, dovevo crescere serenamente e che era anzi mia madre ad aver bisogno di sostegno piscologico”.

Nel Paese dei balocchi

Il clima culturale inizia a dar spazio ai temi legati all’omosessualità. Sono gli anni di film come “Il vizietto”, “La patata bollente”. Luca stringe amicizia con un ragazzo più grande che vive vicino casa. “Cantava, si travestiva da Marilyn Monroe, era divertente, mi portava in giro con la macchina. Avevo 14 anni e come tutti i ragazzini ero fiero di avere amici più grandi. Per di più venivo da un periodo di grande solitudine, avevo lasciato la scuola. Fu lui, una domenica pomeriggio, a portarmi in una discoteca gay. Incontrai dei ragazzi che dicevano di essere come me e anch’io - racconta - cominciai a considerare normale la tendenza ad erotizzare il mio rapporto con gli uomini”. Per Luca è l’inserimento nel mondo dei locali gay di Milano, che si stavano moltiplicando. Dotato di spirito artistico, comincia come presentatore degli spettacoli della domenica pomeriggio. “Crescevo, ero un bel ragazzo, corteggiato”. Con la mamma contrarissima a questo genere di vita, appena compie 18 anni va a vivere da solo. “Per mantenermi, facevo il ballerino. Ho iniziato sul cubo. Mi pagavano 200-300 mila lire a serata”. È una vita dorata, “da Paese dei balocchi”, sintetizza: soldi, divertimento, amici che lo introducono nei salotti della moda. Fidanzati facoltosi gli pagano l’affitto, lo portano in vacanza in Sardegna. Stanco della vita del ballerino, fa il personal shopper, accompagna cioé gli amici ricchi a fare acquisti nei negozi di alta moda. Poi diventa agente di alcuni vip del panorama gay: per un’ospitata in discoteca o in tv sono 10 milioni di lire per i personaggi e uno per lui. Infine si butta nel turismo per l’Arcigay. “Sognavo di incontrare una persona con cui fidanzarmi, ma i compagni duravano due, tre anni. Era una delusione continua”.

Lo spettro dell’Aids
La favola, però, non ha il lieto fine. Siamo agli inizi degli anni Novanta e si affaccia sulla scena lo spettro dell’Aids. “Un mio ex compagno si ammalò e morì. Cominciai a farmi tante domande. Quel  paradiso così allegro che mi ero costruito aveva qualche nota stonata”.
Luca si scontra col volto più duro della sofferenza. “Quando si ammalò Roberta, un amico transessuale che viveva nell’appartamento a fianco, mi si spezzò cuore. Per me, che venivo da un mondo dorato e non ero abituato agli ospedali, vedere questa persona che pian piano si spegneva con sofferenze atroci fu terribile. Le venne la taxosplasmosi al cervello, perse la vista, bisognava accompagnarla ovunque,  lavare i vestiti con la candeggina, mettersi le mascherine... Molti amici l’abbadonarono”. È in quella circostanza - dice Luca - che quel Gesù che gli avevano insegnato da bambino, del quale serbava un ricordo sbiadito, fece capolino. “Andai fino a Siracusa a prendere la Madonnina delle lacrime per metterla sul comodino di Roberta, chiedendo a Dio di non farla soffrire...”.

Il rosario, la mia forza
Luca tocca il fondo quando gli viene diagnosticato il virus dell’HIV. La malattia lo costringe ad abbandonare i viaggi, le serate mondane. La disperazione lo porta ad abbassarsi alla ricerca del sesso a pagamento nei parchi. È schiavo di pulsioni che non riesce a controllare. Prende psicofarmaci, non trova ragioni per alzarsi dal letto.
“Cominciai a frequentare un centro di meditazione, il buddismo andava molto di moda e io avevo un gran bisogno di spiritualità. Un giorno, mentre ero impegnato in esercizi di respirazione per rilassarmi, mi venne in mente l’immagine della Madonna di Siracusa. Abbiamo la Madonna, che è così bella e dolce - mi dicevo - e io sto qua ad adorare delle mele!”.
È a Maria che Luca deve la sua nuova vita. Una coppia di amici omosessuali gli aveva regalato un rosario. “Lo tenevo appeso sul contatore - ricorda -. Lo presi e cominciai a chiedere aiuto a Maria. Non sapevo i Misteri, iniziai col Padre Nostro e l’Ave Maria.  Forse - mi dicevo - se vado a messa trovo la forza di alzarmi dal letto”.
Così, passo dopo passo, messa dopo messa, rosario dopo rosario - Luca inizia ad ascoltare Radio Maria e recita il rosario tre volte al giorno - comincia a credere di potercela fare. Ad Assisi, dov’era andato al seguito di un ragazzo che si rivelò l’ennesima delusione, fu conquistato invece dalla figura di S. Francesco. Sceglie di ricominciare dalla mensa dei poveri, gestita dai francescani. “Forse, pensavo, se vedo qualcuno più in basso di me riesco a riscoprire il mio valore”. È il primo passo.
Nel 2002, dopo aver tanto sentito parlare di Medjugorie a RadioMaria, decide di andarci. “In ginocchio, mentre pregavo, presi coscienza di quanto ero stato lontano, sentivo nel cuore la presenza della Madonna che mi diceva: devi sperare, sei mio figlio...”.

Una vita ribaltata
L’altro incontro chiave nella storia di Luca è quello con i libri dello psicologo americano Joseph Nicolosi. “Un ragazzo aveva lasciato a casa degli appunti che parlavano della Teoria Riparativa. All’inizio volevo prendere a pugni questo signore. Poi, man mano che leggevo, capivo che parlava di me, di quello che sentivo io”.
Luca chiede informazione alla dottoressa che lo segue per l’Hiv e scopre con meraviglia che non solo lei conosce Nicolosi, ma si sta adoperando con alcuni colleghi e sacerdoti per tradurne le opere. È il nucleo del futuro “Obiettivo Chaire”. Luca si affida a uno psicologo per la terapia. Al tempo stesso, continua il suo cammino spirituale. Lo folgora l’esperienza dei Seminari protestanti dei “Living Waters”, nati per aiutare le persone a sanare le proprie ferite relazionali e sessuali. Va fino in Svizzera, dove conosce uno degli animatori, Stefan, sua moglie e i suoi due bambini. Stefan veniva da un passato omosessuale. “Io con una moglie, un figlio? Fu vedendo lui che cominciai a credere che fosse possibile”.
Luca da agosto è un uomo sposato. In sei anni ha ribaltato la sua vita. Sta avviando i “Living Waters” in diverse parti d’Italia. Le richieste sono così tante che il piccolo gruppo di animatori non basta più. Al suo fianco c’è la moglie, alla quale ha raccontato tutto del suo passato. Prima di lei, aveva avuto un’altra ragazza. “Non ha funzionato. Le andava bene che ero stato omosessuale, ma non che sono cristiano”.
Quel che Luca chiede non è più la luce della ribalta. Vuole solo un po’ di tranquillità per poter condividere con altri la stessa speranza che ha incontrato lui.
Barbara Sartori