Don Calamari e gli anziani di Ferriere
A giudicare dall’aspetto di don Giuseppe Calamari, originario di Grondone e parroco a Ferriere da 18 anni, si direbbe che agli ultrasettantenni la montagna fa bene, anzi benissimo. Arzillo, scattante, conversatore arguto, don Giuseppe è testimone privilegiato delle condizioni degli anziani in montagna, quasi gli unici sul territorio nel periodo invernale. “Esposti al vento e al gelo siamo temprati, come il legno delle nostre querce, durissimo alla lavorazione”. Lo spopolamento della montagna. In inverno nel Comune di Ferriere, dice, i residenti si riducono a 1200, di cui circa 800 anziani, sparsi su un territorio vastissimo e aspro. La montagna si rianima d’estate. Al suono dell’ultima campanella scolastica parecchi bambini e ragazzi lasciano la città per trascorrere le vacanze estive dai nonni, ben felici di accoglierli. Ma quanta ansia: perché non si facciano male, perché stiano in buona salute, perchè non succeda niente. I genitori, che hanno dovuto abbandonare il territorio in cerca di lavoro, tornano nei fine settimana. L’isolamento degli anziani. Se una politica diversa consentisse un’economia locale sostenibile la montagna sarebbe ancora popolata. Un tempo, erba e frumento a rotazione, il taglio dei boschi, l’allevamento di qualche bestia nella stalla, la risorsa delle risaie, le miniere di ferro, da cui, fino agli anni ’60, qualcosa ancora si recuperava, consentivano di vivere, seppur modestamente. Oggi non più. Quasi tutti emigrano. Rimangono praticamente solo quegli anziani che mal si adattano a vivere in città, in un ambiente a loro estraneo, come vorrebbero i figli. Gli anziani genitori, soli in montagna, sono perenne fonte di preoccupazione: in caso di malore come soccorrerli per tempo? Quando nevica chi va ad aprire almeno un sentierino per andare a prendere la legna? Eppure stare a casa propria è estremamente salutare per gli anziani. Lo si vede da come rifioriscono quando rientrano da un ricovero in ospedale: ritrovarsi tra le proprie cose è la miglior medicina al mondo. Umanità e solidarietà, anche dai segnali di fumo. Il bello della montagna, continua don Calamari, è che praticamente tutti si conoscono. “Mentre in città non si sa neanche chi è il vicino di casa, qui non manca il senso d’umanità e solidarietà. Quel filo di fumo che esce dal camino lo si vede da lontano: indica che tutto è normale. Altrimenti ci si attiva per verificare cos’è successo e portare aiuto. C’è un tam tam che funziona bene e tiene tutti collegati. Lo si vede in occasione dei funerali: partecipano tutti gli abitanti della vallata”. Don Calamari stesso è elemento di collegamento e di riferimento per gli anziani. Si premura di andarli a visitare periodicamente, di portare loro, se lo richiedono, la comunione, di andarli a trovare in caso di ricoveri in ospedale. Chi rompe l’isolamento: medico, ambulanti, badanti. Una bella iniziativa, dice, è quella del dott. Giuseppe Labati di Bobbio, settimanalmente o quindicinalmente a disposizione, in loco, dei suoi pazienti. L’isolamento degli anziani in montagna è rotto anche da quegli ambulanti che vendono praticamente di tutto. Raggiungono tutti i gruppi di case e si prestano gentilmente anche a fornire, al giro successivo, richieste di merci non usuali. Cita poi le badanti, in genere molto brave, chiamate a svolgere un’ammirevole funzione sociale. Sono ventidue nel Comune di Ferriere, provenienti da Romania, per la maggior parte, Polonia e Ucraina. Le Case Protette. Cosa fa il Comune? é presente con le Case Protette, una a Ferriere, con 9 ospiti, una a Farini con 33. Gli anziani vi si trovano bene anche perchè il personale è gente del posto, parla lo stesso dialetto e li fa così sentire praticamente a casa. Accogliendo una proposta anche di noi preti, un’ala della Casa di Farini è stata dedicata a quegli anziani che, come le rondini, necessitano solo di svernare. Con la bella stagione tornano a casa”. é un modo sostenibile da parte del Comune, che in montagna ha tante spese, di fornire assistenza. Un tempo, racconta, c’erano due assistenti sociali che facevano il giro delle persone anziane. Ma il tempo del servizio era speso più nei lunghi tragitti in macchina che nell’assistenza vera e propria, per cui il servizio è stato sospeso. “Purtroppo la politica trascura la montagna, conclude don Calamari. Abbiamo fatto tantissime petizioni, è stato celebrato l’anno internazionale della montagna, ma nulla di fatto è stato realizzato.”
L’inchiesta di Paolo Labati e Dina Bergamini
L’inchiesta di Paolo Labati, funzionario in pensione della Camera di Commercio, e Dina Bergamini, maestra di montagna con 40 e più anni di servizio, Antonino d’oro 2008, sulla situazione degli anziani in montagna nel Comune di Ferriere, suggerita dalla parrocchia di S. Giovanni Battista di Ferriere, ha prodotto il documento “Gli anziani che vivono sul territorio. ...una risorsa per tutta la comunità... perchè vivano meglio”. Obiettivo dell’inchiesta è offrire una base di riflessione sulle politiche socio assistenziali da rivolgere agli anziani ultrasettantenni che vivono stabilmente sul territorio montano di Ferriere. Gli autori hanno raccolto dati e testimonianze, analizzato la situazione degli anziani, messo in evidenza i problemi e avanzato proposte concrete di interventi per rendere accettabili i disagi dell’anziano in montagna, che, solo con la sua presenza già è elemento utile a salvare il territorio, controllandolo e mantenendolo abitato e abitabile. Gli anziani di montagna. Perchè gli anziani di montagna sono un problema? Perchè lo spopolamento del territorio ha fatto sì che siano rimasti praticamente soli e isolati. Quasi tutti risultano proprietari delle case che abitano, rese decenti grazie agli interventi dei figli, ma prive ormai di ogni calore umano e di attenzioni dall’esterno, quali servizi sociali sanitari, culturali e anche spirituali, perchè pochissimi sono i preti sul vasto territorio. Gli anziani di montagna si dividono in due categorie. La prima è dei “residenti stabili”. Per fierezza, per filosofia di vita, vorrebbero dimostrare di avere l’autonomia necessaria per continuare a vivere, soli, nella loro casa e sulla loro terra. Autonomia solo apparente: non fanno i conti con l’avanzare degli anni, l’incalzare delle malattie, la mancanza di servizi adeguati. Case della solitudine le loro, – così le chiamano gli autori – solitudine mascherata dalla soddisfazione di poter continuare ad abitarvi, quasi timorosi di avanzare qualche esigenza per paura di dover abbandonare i luoghi testimoni della loro storia e dei loro affetti. Ci sono poi gli “emigrati periodici”. Sono quelli che hanno accettato, a malincuore, di recarsi a vivere presso i figli, in ambienti diversi dal loro contesto di vita, con culture con le quali non possono confrontarsi perchè molto diverse dalla loro. Soli in casa ad aspettare i figli che tornano dal lavoro, affrontano una solitudine peggiore di quella di partenza, confortati solo dalla certezza “che se mi sento male, mi portano al Pronto Soccorso e posso essere curato subito”. Gli anziani riconquistano le loro abitazioni con la bella stagione, contribuendo a rianimare la montagna. Se ci fossero più servizi sarebbero forse invogliati a restare stabilmente sul territorio. I problemi. I problemi sono tanti, legati all’isolamento, alla solitudine, ai malanni dell’età, ma fra questi gli autori ne sottolineano due: la mancanza di assistenza sanitaria in loco per i servizi di prevenzione e di controllo e per le situazioni d’emergenza e la distanza dai luoghi dove trovare i servizi necessari alla vita di oggi: ambulatorio medico, ufficio postale, banca, farmacia, negozi, ecc... Molte frazioni non dispongono, infatti, di un servizio pubblico di corriera. D’altra parte insufficiente perchè, anche dove è presente, spesso, chilometri di distanza separano le fermate dalle abitazioni degli anziani. Le proproste avanzate. Si potrebbe aiutare l’anziano di montagna risolvendogli i problemi più cruciali: salute e distanze. Come? Ecco alcune proposte: 1) mettendo a disposizione della montagna personale qualificato a livello sanitario che visiti, a cadenza settimanale, gli anziani isolati. Organizzazione e informazione efficienti potrebbero consentire agli operatori sanitari di raggiungere, in una sola mattinata, più frazioni e, in una settimana, servire l’intero territorio. Gli evidenti vantaggi sarebbero: contatto diretto con gli anziani e raccolta, sempre aggiornata, delle loro necessità; controllo della loro salute attraverso esami quali prelievo del sangue, misura della pressione, elettrocardiogramma, ecc. da trasmettere al medico curante; incontro umano per fornire consigli, eventualmente anche di natura burocratico-amministrativa. 2) Organizzando il servizio di prontobus attualmente poco pubblicizzato, con una programmazione e informazione chiara e efficiente, pensata in interazione con l’Amministrazione comunale e con le agenzie preposte ai vari servizi. Volantini e manifesti dovrebbero essere distribuiti nelle frazioni. Ai parroci il compito di dare informazione nelle messe festive.
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