Le tragedie
di Natale
Anche quest’anno Piacenza ha avuto la sua tragedia di Natale.
Lo scorso anno nella notte tra il 25 e il 26 dicembre si è verificato il tentativo di suicidio di un uomo che ha fatto esplodere il proprio appartamento in via Arata (il suicidio è poi riuscito nei mesi successivi); ora, pochi giorni prima del 25 dicembre, si è invece consumato il suicidio di un ragazzo di 15 anni. Un suicidio drammatico, con una coltellata al cuore. La coincidenza con il Natale forse è solo una casualità, ma l’atmosfera gioiosa degli auguri, della gente che affolla i negozi e ancor più dei presepi, delle chiese gremite, delle famiglie riunite, rende tutto questo ancora più stridente e le tragedie più cupe. Il suicidio è una delle prime cause di morte tra i ragazzi dai 15 ai 25 anni. Una realtà difficile da leggere, ma che nasconde disagio e sofferenza. I drammi dei ragazzi sono spesso i drammi degli adulti, incapaci di afferrare per se stessi e di trasmettere un senso per la vita, che vada al di là del conto in banca e della posizione sociale. Degli adulti ingannati dal precetto laicista uscito dal ’68: “è vietato vietare”. Il vero dramma è che su questa e su tante altre tragedie si consumano e si consumeranno dibattiti tra esperti, sociologi, psicologi che elaboreranno il nulla, solo banalità. Il mondo laico (vedi alcuni interventi del Festival del diritto del settembre scorso a Piacenza) grida che la famiglia è finita, basta solo organizzarne il funerale. Nell’anno che la diocesi dedica all’educazione occorre far sentire forte la voce di una speranza, di una fiducia nella vita. Come scrive il vescovo Ambrosio nella sua lettera alle famiglie: “Educare è mettersi dalla parte della vita, sorretti dalla fiducia che i semi di bene presenti in essa si svilupperanno”. La voce è quella delle tante realtà che nella Chiesa, con le famiglie in primo luogo, lavorano per l’educazione: dagli oratori nelle parrocchie ai gruppi giovanili ai movimenti ecclesiali. Serve un confronto che dia un segnale positivo capace di comunicare speranza. Solo la speranza fa uscire dalla solitudine. Sotto gli occhi di tutti sono anche i primi effetti della crisi economica: cassa integrazione, contratti non rinnovati, aziende e famiglie in difficoltà. Un’emergenza che sarà dura affrontare, ma che forse come frutto positivo potrà portare una maggiore ricerca dell’essenziale. Nessuno si augura la povertà, eppure sono in tanti a raccontare: da ragazzi, con tante bocche da sfamare, eravamo poveri ma felici. Davide Maloberti
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