
La nostra vita e la Parola
Chi è il mio prossimo? La domanda che il dottore della legge pone a Gesù riceve una risposta non immediata, ma che apre un orizzonte più ampio e inatteso. Gesù risponde alle domande poste da quell’uomo raccontandogli una parabola che narra di un fatto avvenuto nel tratto di strada che collega Gerusalemme a Gerico. Si tratta di due città completamente diverse: Gerusalemme, la città del sole e della pace, è posta in alto, circondata da colli. Gerico, la città della luna (questa l’etimologia del nome), è posta sotto il livello del mare nella depressione del mar Morto, in una oasi. Quindi per andare da Gerusalemme a Gerico era necessario scendere più di 1000 metri attraversando una zona desertica e pericolosa perché infestata da bande di predoni. Questa persona che compie tale percorso, questo pellegrinaggio al contrario, rappresenta bene l’uomo che si è allontanato dalla casa del Padre ed è incappato nel nemico, che lo ha spogliato della sua dignità, lo ha percosso lasciandolo quasi privo di vita.
Il sacerdote e il levita. I due che incrociano il pellegrino ferito sono un sacerdote ed un levita, rispettivamente il custode della legge e l’addetto al culto. Entrambi vedono l’uomo mezzo morto, ma non si fermano. Non tanto per indifferenza o egoismo, ma per la paura di rendersi impuri al contatto con un probabile cadavere. Né la legge né il culto possono salvare l’uomo, possono ridargli vita: nessuno può essere giustificato dalla legge e nessuno può essere purificato con il sangue di tori e di capri. Sia l’una che l’altro possono solo constatare la condizione dell’uomo che ha bisogno di essere salvato: la legge mostra il peccato, individua la malattia, ma non la guarisce; il sacerdote per quanti sacrifici possa offrire non può eliminare i peccati.
Il samaritano. È uno straniero, considerato un eretico e uno scismatico, a fermarsi. È Gesù, che anche nel vangelo di Giovanni viene definito un samaritano, che viene incontro all’uomo. Ciò che lo spinge a chinarsi su quel povero uomo è la compassione: il testo greco usa un vocabolo che richiama ai brividi che una madre avverte nel proprio utero quando vede il proprio figlio soffrire. È l’amore materno di Dio che ricrea, ridona la vita a chi è ormai morto. La sua misericordia non è un puro sentimento, ma la possibilità offerta all’umanità di rinascere come creatura nuova. La locanda a cui viene affidato il ferito perché riprenda le forze o possa ricominciare il suo cammino è la Chiesa.
“Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Poiché Dio si è fatto prossimo, vicino all’uomo, e ha vinto e colmato l’infinita distanza che separava la creatura dal suo Creatore, ora chi è stato oggetto della cura premurosa di Dio può andare e compiere la missione che gli è stata affidata, quella di usare misericordia con coloro che incontra nel suo cammino. Prendersi cura dell’uomo conoscendo le sue malattie e le sue ferite, preoccuparsi che abbia veramente la possibilità di essere risanato, essere disposti a pagare un prima persona perché non sia preda della morte è il grande compito della Chiesa, la risposta generosa di chi è stato salvato.
Don Andrea Campisi

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