Invecchiare, ma come?Con Itala Orlando, esperta del settore e titolare della nostra rubrica “Noi, al vostro fianco”, tentiamo una sintesi delle molte questioni sempre più numerose connesse al nostro rapporto con i vecchiServizio di Fausto Fiorentini Presentando anni fa il libro su don Giuseppe Venturini, un nostro importante direttore del passato, ebbi a definirmi il “vecchio” del Nuovo Giornale e subito fui redarguito da alcuni presenti, compreso il card. Tonini, per avere usato un termine stonato. Avrei dovuto dire “anziano”. Da allora mi sto interrogando sul valore delle parole. Io continuo ad essere il “vecchio” del giornale (e la cosa non mi dispiace) e vedo venire avanti le nuove generazioni con le quali non è sempre facile rapportarsi. “Invaciä l’é ‘na futta” (invecchiare é una buggerata, traduciamo con il Tammi) era solita dire mia nonna, una “razdura “ del passato. Anche ai tempi della famiglia patriarcale, quindi, l’uomo avvertiva come un dramma il passare del tempo e l’avvicinarsi del giorno estremo. Oggi, però, affrontiamo questa stagione della vita con modalità tutte nostre sia perché la vita si è allungata, sia perché è cambiata la struttura della famiglia sia perché la società ha sviluppato una nuova sensibilità verso i propri membri in difficoltà. Ed è fuori dubbio che i vecchi in genere sono in difficoltà. Per capire meglio questo settore, per un primo viaggio nel mondo degli anziani (nelle pagine seguenti ci saranno altri contributi), parliamo con Itala Orlando che i nostri lettori conoscono bene perché, con la rubrica “Noi, al vostro fianco”, ci guida da alcuni mesi attraverso la fragilità umana. L’Orlando lavora da molti anni in una struttura residenziale per anziani e disabili del Distretto di Ponente ed è responsabile dell’Hospice di Borgonovo. Fa parte, inoltre, del Gruppo di studio sulle cure di fine vita nella Società nazionale di Gerontologia e Geriatria e si occupa di formazione degli operatori. Provenendo da una matrice umanistica è una specialista in grado di affrontare il problema con un’attenzione particolare alla persona. — Iniziamo con una domanda generale. Ognuno di noi, secondo il proprio orologio biologico e nelle condizioni stabilite dalla Provvidenza, si troverà davanti la strada della vecchiaia. Restiamo nell’immagine del cammino: quante direzioni abbiamo davanti? Abbiamo di fronte molte direzioni, alcune dipendono da noi, altre da fattori esterni che non possiamo controllare. L’uomo è sempre nato, cresciuto e invecchiato. Oggi questo processo biologico, storico, sociale e culturale si è modificato, perché si è allungata la vita, siamo più forti, più sani, rimaniamo giovani più a lungo, ma il nocciolo della nostra esistenza è segnato sempre dal passare degli anni e dalla progressiva trasformazione dell’aspetto esteriore, degli stati d’animo, della consapevolezza, del ruolo sociale. Quello che dovremmo fare è riappropriarci di queste verità e domandarci come noi stiamo invecchiando, guardarci allo specchio e andare alla ricerca dei cambiamenti e delle tracce del tempo. Ho parlato di trasformazione, qualcuno potrebbe parlare di progressive perdite (di forza, di brillantezza, di energia) e qualcun altro di arricchimento. Ci sono entrambe le cose: non accorgersi delle perdite sarebbe poco conveniente, ignorare il guadagno sarebbe stupido. Tuttavia, non saremo vecchi diversi da quello che siamo stati da giovani: alcuni tratti del nostro carattere potranno modificarsi (si dice che i vecchi sono più sensibili o al contrario più acidi), ma la nostra identità, frutto di indole ed esperienza, è quella che abbiamo costruito per tutta una vita. Questo è importante per non fare discorsi generici, come se ciascun individuo potesse perdersi in una categoria, in una classe sociale o anagrafica o, peggio ancora, in una diagnosi. — Vi sono comunque delle differenze nell’invecchiamento. Ci sono anziani che stanno bene e anziani che stanno male. In questo caso, quando hanno bisogno di aiuto a chi si rivolgono? E’ l’autonomia a stabilire la soglia tra invecchiamento fisiologico e invecchiamento patologico. Quando la persona non è più autosufficiente, infatti, non sa più badare a se stessa e spesso non è possibile accudirla a domicilio. L’autonomia è un concetto complesso che viene valutata in tutte le sue dimensioni con strumenti tecnici. Quando le persone non sono più autonome, il primo soggetto a essere chiamato in causa è la famiglia: il coniuge, i figli conviventi, i figli che vivono lontano dai genitori, i nipoti, i fratelli… talvolta, però, non c’è nessuno. Un anziano senza una famiglia è un po’ più fragile, perché non ha qualcuno che lo rappresenti, che si ponga come punto di riferimento per le decisioni e le informazioni che riguardano la sua vita. La nostra regione ha istituito da anni la rete per i servizi agli anziani e in particolare la figura del Responsabile del caso, cioè l’assistente sociale del comune o del quartiere di residenza, a cui chiunque (familiare, medico curante, vicino di casa) può rivolgersi segnalando lo stato di bisogno di un anziano. Sarà poi il Servizio Assistenza Anziani che coordina la rete a proporre all’anziano la risposta più adatta tra servizi domiciliari, (compreso l’assegno di cura), servizi semiresidenziali (dove l’anziano può trascorrere la giornata e poi rientrare a casa la sera) e servizi residenziali (le case protette dove l’anziano si trasferisce completamente). La rete dei servizi è cresciuta in questi anni ed è migliorata. Sono appena uscite le norme regionali per l’accreditamento che pongono nuovi requisiti di qualità nell’ospitalità, nel confort e nell’assistenza. Il prezioso aiuto delle badanti — Dott.ssa Orlando, certo la cosa migliore sarebbe rimanere a casa propria. Ma quanto è possibile? Tutti conosciamo le badanti, donne straniere che entrano nelle nostre case per curare quei vecchi genitori, zii o nonni che non sono più in grado di stare da soli, ma possono continuare a stare a casa, se aiutati. Ho conosciuto tante badanti con storie di assistenza da raccontare, alcune belle altre drammatiche, vuoi per la durezza delle situazioni da assistere (anziani gravi, spesso con problemi cognitivi, senza risorse familiari, in contesti di isolamento) vuoi per la difficoltà da parte di anziani, badanti e familiari di instaurate relazioni di cura positive. Sostenere la domiciliarità è importante, ma spesso non riusciamo a mantenere a casa un anziano gravemente non autosufficiente. Il fenomeno badanti supplisce e completa il sistema sociale, ma dev’essere qualificato con interventi di orientamento e di supervisione per essere una valida alternativa alla istituzionalizzazione dell’anziano. — Quando una persona entra in una residenza, immagino anche in un hospice, spesso vi conclude la sua storia. Come viene vissuto questo aspetto? Inutile negare che non solo in hospice, ma anche in una residenza per anziani le persone concludono spesso la loro esistenza. La morte di una persona di 90 anni fa un effetto diverso della morte di un quarantenne. Si avverte che è l’esito naturale di una vita lunga, che ha dato tante opportunità, poi dipenderà dal singolo averle vissute bene o male. Ciononostante anche di fronte a un grande vecchio che se ne va, capita di trovare familiari (anziani a loro volta) sorpresi, dubbiosi come se la morte fosse un accidente che non doveva capitare o che poteva essere rinviato. E’ strana questa cosa. Si va dall’indifferenza verso il morire di anziani soli, che non hanno nessuno che li vada a trovare ad anziani che non si vorrebbe morissero mai, si va dal massimo della presenza nell’accompagnamento alla morte in hospice a uno standard assistenziale della casa protetta di cui non si parla mai. Vorrei che ci fosse più equilibrio e che tutti, gente comune e operatori, fossimo più capaci di riconoscere le esperienze, al di là dei luoghi dove accadono. Un malato grave è degno di rispetto e del massimo delle cure in un hospice, in un ospedale o in una residenza per anziani, naturalmente le cure andranno modulate in relazione all’età e alle patologie, ma il diritto alla qualità della vita è lo stesso. Le nuove norme sull’accreditamento chiedono finalmente alle strutture di garantire un’adeguata assistenza nell’accompagnamento dell’anziano verso il compimento della sua vita. Anche il gruppo di studio della Società di Gerontologia e Geriatria di cui faccio parte si propone di riportare l’attenzione su questi aspetti, perché il morire da vecchi non sia trascurato e possa avere quel riguardo e quella competenza che non sempre ci sono. |
Presentando anni fa il libro su don Giuseppe Venturini, un nostro importante direttore del passato, ebbi a definirmi il “vecchio” del Nuovo Giornale e subito fui redarguito da alcuni presenti, compreso il card. Tonini, per avere usato un termine stonato. Avrei dovuto dire “anziano”. Da allora mi sto interrogando sul valore delle parole. Io continuo ad essere il “vecchio” del giornale (e la cosa non mi dispiace) e vedo venire avanti le nuove generazioni con le quali non è sempre facile rapportarsi. “Invaciä l’é ‘na futta” (invecchiare é una buggerata, traduciamo con il Tammi) era solita dire mia nonna, una “razdura “ del passato. Anche ai tempi della famiglia patriarcale, quindi, l’uomo avvertiva come un dramma il passare del tempo e l’avvicinarsi del giorno estremo. 


