Giovanni Paolo II: essere santi tutti i giorniLa testimonianza di mons. Piero Marini La santità è un cammino da percorrere nella quotidianità, giorno dopo giorno. Papa Giovanni Paolo II quel cammino ce l’ha mostrato chiaramente con la sua testimonianza fatta di gioia e di fede profonda che gli ha permesso di annunciare il Vangelo ai quattro angoli della terra e di affrontare con coraggio le difficoltà del suo ministero e gli anni della malattia. A parlare di lui a Piacenza, nella Sala dei Teatini, nell’ambito delle manifestazioni per il patrono S. Antonino, è stato mons. Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato per i congressi eucaristici internazionali. Per 18 anni, come direttore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie, mons. Marini, originario di Valverde, nella circoscrizione bobbiese della nostra diocesi, visse a tu per tu con Giovanni Paolo II. A Piacenza ha approfondito un aspetto forse troppo spesso rimasto in ombra dell’operato di Papa Wojtyla: ha illustrato, cioè, quanto abbia cercato di concretizzare la riforma della liturgia voluta dal Concilio Vaticano II. Avvicinare la liturgia ai fedeli. Era il 1832 quando Antonio Rosmini scrisse l’opera “Le cinque piaghe della santa Chiesa”. Uno scritto profetico, che cercava di unire l’apertura al nuovo alla fedeltà alla tradizione. La prima piaga indicata era il mancato coinvolgimento del popolo nella celebrazione della messa. Era il risultato delle decisioni del Concilio di Trento, a metà del ‘500, quando si reagì ribaltando la visione protestante che aveva oscurato il sacerdozio ministeriale e puntato solo su quello universale, proprio di tutti i battezzati. Molti riti, inoltre, nel corso dei secoli erano diventati puramente esteriori. Un’autentica piaga che fu sanata dal Concilio Vaticano II che ha voluto avvicinare la liturgia ai fedeli. Giovanni Paolo II fu con Paolo VI interprete autorevole di questa riforma della liturgia. Ne divenne il testimone capace di evidenziare il legame strettissimo tra il rinnovamento della liturgia e la vita di tutta la Chiesa. “Questa attenzione alla partecipazione – ha spiegato mons. Marini – si vide già nel 1958 quando Karol Wojtyla, allora 38enne, venne nominato vescovo ausiliare di Cracovia. Il rito di ordinazione era in latino ed il futuro Papa chiese all’arcivescovo che presiedeva la celebrazione di utilizzare un commentatore in basilica; in lingua polacca avrebbe spiegato a tutti i momenti di un rito lungo e complesso. La risposta fu negativa. Fu allora che Wojtyla arruolò un gruppo di donne per scrivere a mano (la stampa era vietata dal regime comunista) il testo del rito in lingua polacca”. Da vero pastore, amava che tutti partecipassero. “Lo conobbi nel 1973 – ha continuato Marini – quando con altri sacerdoti della Congregazione del Culto mi recai in Polonia. A Cracovia, al termine di una celebrazione, un gruppo di contadini faceva festa, suonando e ballando attorno al proprio cardinale. Era l’immagine di quel Pastore «dispensatore dei misteri di Dio» di cui aveva parlato il Concilio Vaticano II”. Un pastore missionario. Fin dai tempi della Polonia, Wojtyla amava le celebrazioni all’aperto: erano l’immagine di una Chiesa che, pur vivendo una persecuzione, voleva andare incontro alla gente e non aveva paura di testimoniare la fede. Anche a costo - ha aggiunto mons. Marini - di dover pagare una multa al regime per aver trasgredito il divieto di organizzare manifestazioni pubbliche. A Roma, quando visitava le parrocchie, o in giro per il mondo, esprimeva sempre il desiderio di celebrare all’aperto. “Papa Giovanni Paolo II fu un Pastore missionario che attraverso i suoi viaggi voleva costruire la comunione nella Chiesa. Agli inizi, nei primi secoli, il Papa in segno di unità inviava alle diverse comunità romane il «fermentum», cioè il pane consacrato dal Papa stesso durante la messa. Papa Wojtyla - ha sottolineato Marini - portava nel mondo attraverso i viaggi apostolici il «proprio corpo». E la celebrazione dell’eucaristia divenne il mezzo per eccellenza dell’evangelizzazione”. Innumerevoli sono stati i suoi viaggi: 146 in Italia e 104 all’estero in tutti i Continenti. Ma non è tutto. “Giovanni Paolo II – ha concluso Marini - considerava la liturgia anche come fonte di unità con le altre Chiese cristiane”. Sono state ben 77 le celebrazioni ecumeniche da lui presiedute: una strada che la Chiesa sta ancora portando avanti. Giovanna Ravazzola |
La santità è un cammino da percorrere nella quotidianità, giorno dopo giorno. Papa Giovanni Paolo II quel cammino ce l’ha mostrato chiaramente con la sua testimonianza fatta di gioia e di fede profonda che gli ha permesso di annunciare il Vangelo ai quattro angoli della terra e di affrontare con coraggio le difficoltà del suo ministero e gli anni della malattia. A parlare di lui a Piacenza, nella Sala dei Teatini, nell’ambito delle manifestazioni per il patrono S. Antonino, è stato mons. Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato per i congressi eucaristici internazionali. Per 18 anni, come direttore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie, mons. Marini, originario di Valverde, nella circoscrizione bobbiese della nostra diocesi, visse a tu per tu con Giovanni Paolo II. A Piacenza ha approfondito un aspetto forse troppo spesso rimasto in ombra dell’operato di Papa Wojtyla: ha illustrato, cioè, quanto abbia cercato di concretizzare la riforma della liturgia voluta dal Concilio Vaticano II. 


