Quando nacque l’Italia unita
Cenni alla storia della Piacenza del 1861 dopo che gli austriaci avevano lasciato per sempre la città Il 17 marzo 1861 a Torino il Parlamento subalpino (Senato e Camera dei Deputati) proclama il regno d’Italia. Nasce l’Italia unita: quindi siamo alla vigilia della ricorrenza di 150 anni dallo storico evento. E’ un passaggio importante nella storia del nostro Paese, lo è soprattutto per Piacenza che nel 1848 aveva meritato il titolo di “La Primogenita” avendo, tra le città italiane sottoposte al dominio straniero, per prima deciso in modo autonomo di aderire al Piemonte. Questo non toglie che si debba sempre ricordare che l’unità del Paese viene da molto più lontano: la tradizione politica, culturale, religiosa dell’Italia ci porta a ben altre stagioni. Ma restiamo alla dimensione strettamente istituzionale. Il quadro generale della Penisola: dai primi di maggio allo storico incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II del 26 ottobre 1860, la Spedizione dei Mille elimina dalla cartina politica italiana lo Stato dei Borbone nel sud del Paese; nel frattempo i ducati dell’Emilia, compreso quello a cui appartiene Piacenza, e la Toscana avevano aderito al Piemonte, quindi all’inizio del 1861 quello che si appresta a farsi chiamare “regno d’Italia” è di fatto una nuova realtà statuale che coincide con quella che è la nazione italiana storica escludendo il Lazio (il potere temporale del Papa) e il Triveneto. Il primo chiuderà la propria storia il 20 settembre 1870 con la “breccia di Porta Pia”, mentre per il secondo si dovranno attendere la terza guerra d’indipendenza del 1866 e la prima guerra mondiale del 1915-‘18.
La situazione a Piacenza Restiamo alla nostra città con qualche riferimento alla cronaca di questi mesi. Il 10 giugno 1859 gli austriaci lasciano la nostra città: escono con i reparti schierati dalle porte di Borghetto (la principale uscita verso Milano) e di Fodesta, in fondo a via X Giugno. Ha tutto l’aspetto di una manovra militare, ma in realtà si tratta di una vera ritirata. L’Austria se ne va per sempre dalla nostra città che, da parte sua, si appresta ad entrare nel futuro regno d’Italia, rinunciando di fatto ad una propria individualità politica com’era avvenuto negli ultimi anni. A Piacenza si riunisce un consesso civico che ribadisce subito la propria volontà di unirsi al Piemonte: un’apposita commissione viene mandata a Torino. Il regno sardo invia nel Ducato di Parma e Piacenza il conte Diodato Pallieri che affida il potere, in qualità di governatore, a Giuseppe Manfredi. Dittatore per l’intera Emilia diventa Luigi Carlo Farini, che era già a capo delle province modenesi: il Farini accetta l’incarico il 18 agosto del 1859 e dal 14 al 21 agosto si tiene il plebiscito che decreta l’annessione al regno di Sardegna. In seguito si pronuncerà anche la Toscana e una legge del 15 marzo 1860 sancisce l’annessione a Torino sia dell’Emilia sia della Toscana. Sono giorni concitati e sarebbe complesso seguire i vari avvenimenti con lo spazio a disposizione. Ricordiamo che il 21 marzo 1860 si riunisce il primo consiglio provinciale mentre il Comune vede eletti i suoi primi consiglieri il 5 febbraio dello stesso anno: primo sindaco, di nomina regia, il conte Faustino Perletti. Nel 1860 vi è anche la partecipazione di alcuni piacentini alla spedizione dei Mille: non entreremo nel problema di quanti e quali concittadini hanno preso parte alla spedizione di Garibaldi. Tra tutti spicca il nome di Giovanni Maria Damiani. Intanto il 25 marzo 1860 la nostra provincia provvede ad eleggere i primi suoi rappresentanti nel Parlamento di Torino: da tener presente che il territorio piacentino è costituito da due circondari che fanno capo a Piacenza città e a Fiorenzuola: è escluso Bobbio che solo nel 1923 verrà aggregato a Piacenza.
La visita del re Il 7 maggio 1860 Vittorio Emanuele II visita Piacenza nell’ambito di un viaggio che sta compiendo nelle città di recente annessione: i piacentini gli attribuiscono un’accoglienza calorosa. E’ presente anche una nutrita rappresentanza del “clero liberale” piacentino, ma il vescovo Antonio Ranza, per evitare di incontrare il sovrano, lascia la città e il Capitolo del duomo decide di non presiedere il rito che di solito si riserva all’autorità regia. Ne nasce un caso che avrà strascichi in seguito, ma è da rilevare che il Re evita di sottolineare l’incidente, partecipa alle manifestazioni popolari e visita con molta attenzione le fortificazioni della città.
La Provincia Già abbiamo ricordato che la provincia di Piacenza nasce grazie ad un decreto reale del 18 marzo 1860. L’amministrazione Trespidi ha ricordato a suo tempo la ricorrenza con mostre fotografiche relative alle sedi storiche: Palazzo Mandelli, oggi della Banca d’Italia, Palazzo Scotti (attualmente occupato dalla Prefettura) e dal 1921 l’attuale Palazzo di via Garibaldi costruito appositamente dall’architetto Manfredo Manfredi dal 1912 al 1917. Il territorio provinciale era diviso in due circondari. Il primo, di Piacenza, comprendeva i seguenti Comuni: Agazzano, Bettola, Borgonovo, Borgo San Bernardino, Calendasco, Castelsangiovanni, Coli, Ferriere, Gossolengo, Gragnano Trebbiense, Mortizza, Nibbiano, Pecorara, Piacenza, Pianello, Podenzano, Pomaro Piacentino, Pontedellolio, Pontenure, Rivalta, Travo, Rivergaro, Rottofreno, San Giorgio Piacentino, San Lazzaro Alberoni, Sant’Antonio a Trebbia, Sarmato, Vocomarino, Vigolzone. Circondario di Fiorenzuola con i Comuni di Alseno, Bardi, Besenzone, Boccolo dei Tassi, Cadeo, Corso, Carpaneto Piacentino, Castell’Arquato, Castelvetro, Cortemaggiore, Fiorenzuola, Gropparello, Lugagnano, Monticelli d’Ongina, Morfasso, Polignano, Vernasca, Villanova sull’Arda. Con decreto dell’8 luglio 1923 verranno aggregati alla provincia anche i Comuni di Bobbio, Ottone, Zerba, Cortebrugnatella, Cerignale, Caminata, Trebecco, Romagnese, Ruino, Zavattarello. Nel 1923 vengono soppressi ed aggregati a Piacenza i Comuni di San Lazzaro, Mortizza e Sant’ntonio (nasce la “grande Piacenza”); nel 1926 i Comuni di Romagnese, Ruino e Zavattarello passeranno a Pavia. E’ il caso di ricordare che in questo periodo Piacenza e Bobbio sono sedi di due diocesi diverse; questo resta inalterato fino al 16 novembre 1989 quando vengono unificate. Abbiamo riportato i nomi dei vari Comuni non solo per sottolineare gli spostamenti circoscrizionali che ci sono stati in questi 150 anni, ma anche per evidenziare come i cambiamenti sul territorio abbiano modificato il ruolo dei vari centri abitati. Il primo presidente della Provincia è stato Filippo Grandi a cui subentra nel settembre del 1862 Giuseppe Mischi. La scuola Oltre alla Provincia, finora altre due istituzioni si sono mosse per festeggiare i loro 150 anni i vita: sono stati gli istituti scolastici superiori Liceo classico Gioia e Istituto tecnico commerciale Romagnosi. Occorre tenere presente che nel passato la scuola era di competenza o della Chiesa o di realtà amministrative locali. Il 13 novembre 1859 Vittorio Emanuele II, mentre il Parlamento subalpino era ancora nelle sue piene facoltà istituzionali, promulga la riforma scolastica che andrà sotto il nome del ministro Gabrio Casati, riforma che resterà la spina dorsale della scuola italiana fino alla riforma Gentile del 1923. Ciò premesso il governatore delle “provincie dell’Emilia”, Luigi Carlo Farini, il 12 febbraio 1860, su proposta del ministero della pubblica istruzione, imposta giuridicamente, sulla base della precedente legge Casati, le nuove scuole pubbliche. Quali le linee principali del nuovo ordinamento? Nasce la scuola elementare obbligatoria per tutti: il termine “obbligatorio” nei primi tempi va preso con molta indulgenza, ma l’orientamento è questo. Poi vi sono le scuole superiori ordinare su tre direttrici principali: il liceo classico per coloro che intendono proseguire gli studi all’università, l’istituto tecnico (che in seguito si sdoppierà nei settori commerciale e per geometri) e la scuola normale o magistrale per formare i maestri destinati all’insegnamento nei corsi elementari. Il settore tecnico subirà un cambiamento nel 1923 con la legge Gentile quando verrà creato il liceo scientifico, mentre negli anni Quaranta del secolo scorso farà la sua comparsa l’istituto tecnico industriale. Da considerare che già nel periodo dell’avvio della riforma Casati, dopo la scuola elementare, vi è il complesso mondo delle scuole professionali che costituiscono la base formativa del lavoro, settore negli ultimi decenni sottoposto a diversi cambiamenti. E’ il settore professionale. E questi sono solo cenni a quel complesso mondo che vedeva la nascita dello Stato italiano unitario.
Le difficoltà dell’unità
Non è che stiamo affrontando la ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia con molto entusiasmo. Un po’ dipende dalla carenza organizzativa, uno dei mali endemici del nostro Paese, salvo poi recuperare all’ultimo momento con italica inventiva. Un po’ influisce anche l’attuale momento di difficoltà economica, motivazione indubbiamente reale, ma spesso anche giustificazione per tagliare investimenti che non si ritengono di immediato ritorno. Il problema appare molto più serio. E’ che in Italia, ma anche in Europa, stanno circolando strane idee individualistiche. Viene il dubbio, ad esempio, che spesso si confonda il federalismo con il separatismo. E’ comprensibile che l’economia abbia proprie leggi che devono essere rispettate: i bilanci devono essere a posto, ma devono anche essere trasparenti e soprattutto ispirati ad una sostanziale giustizia sociale. Federalismo significa che ognuno ha il diritto di determinare la propria linea di condotta sul piano della gestione delle risorse, ma nello stesso tempo non può isolare le proprie scelte dal contesto generale che può essere l’Italia, quando si tratta di questioni interne, o l’Europa quando è chiamata, come sta avvenendo in questi giorni, a difendere la politica monetaria dell’Euro. Questo non significa che la linea tenuta dalla Germania possa essere liquidata come conservatrice. Anzi, è ispirata ad un sano realismo. Indubbiamente i Paesi in difficoltà devono comprendere che nella vita ci sono anche i sacrifici, ma sulla barca ci siamo un po’ tutti, a parte alcuni che stanno cadendo fuori bordo. Però una maggiore convinzione nel gestire l’unità europea con ogni probabilità avrebbe evitato di giungere a queste situazioni. Ovviamente unità nella lealtà politica che, tradotto in parole semplici, significa valorizzazione delle singole individualità nel rispetto del bene comune. E’ una regola che vale sia per le comunità sia per i singoli individui. In momenti di serie difficoltà economiche assistiamo ad un progressivo allargamento della forbice dei redditi: la crisi di oggi, rispetto a quella di qualche decennio fa, esiste solo per alcuni mentre per altri aumentano i privilegi. Pensiamo a singoli come i manager o a categorie di dipendenti pubblici o di politici, tra l’altro sempre più affollate. L’unità, in queste condizioni, per alcuni può essere un termine sgradevole perchè comporta il confronto, la trasparenza ed il rispetto dell’altro. Una strada che oggi appare, a diversi livelli, fortemente in salita.
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