Un popolo in missione
La festa della Pentecoste nelle parole del Vescovo di † Gianni Ambrosio,
vescovo di Piacenza-Bobbio
La festa della Pentecoste celebra il dono dello Spirito Santo “che è Signore e dà la vita”. È la vita di amore di Dio, quell’amore, come precisa san Paolo, “che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5,5). È la vita nuova: quella dei figli di Dio che possono rivolgersi a Dio dicendo “Abbà, Padre!”; quella del popolo della nuova alleanza che proviene da tutti i popoli ed è chiamato a vivere come famiglia di Dio, senza frontiere, senza esclusioni. Il dono dello Spirito che dà la vita rende missionario questo popolo della nuova alleanza. Lo Spirito è il protagonista della missione. Gesù affida ai suoi discepoli la sua opera, la sua missione: “come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20, 21). Gesù e i discepoli sono accomunati nello stesso invio, sono mandati nello stesso modo: l’iniziativa è del Padre e il progetto è suo. Lo Spirito Santo continua nella storia e presso tutti i popoli la missione di Gesù. Per ben cinque volte nel lungo discorso dopo la Cena, Gesù assicura i discepoli con la promessa del dono dello Spirito (Gv 14,16-17; 14,26; 15,26; 16,7-11; 16,13-15). È lo Spirito che insegna ogni cosa, è lo Spirito che fa ricordare, è ancora lo Spirito che opera per mezzo degli apostoli, come ricorda il libro degli Atti. E nello stesso tempo è sempre lo Spirito che opera anche negli uditori, perché abbiano la vita eterna e conoscano l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (cf Gv 17,3). La missione non si fonda sulle capacità umane, ma sul dinamismo e sulla forza dello Spirito. La sua venuta trasforma gli apostoli in testimoni, infondendo in loro l’audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima. Lo Spirito dà loro la capacità di dire e di testimoniare a tutti che Gesù è il Cristo, con ‘franchezza’. Ma anche con entusiasmo e con vigore: il termine greco ‘parresia’ suggerisce anche questi significati, come evidenziava Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio (n. 24), nella consapevolezza che senza l’entusiasmo la missione scade. Se lasciamo agire in noi lo Spirito Santo, anche a noi sarà concesso quell’entusiasmo che è necessario per la nostra Missione popolare. Mi pare di poter dire che vi sono alcuni segni di maggior entusiasmo: ringraziamo il Signore. Ma dobbiamo continuare ad invocare lo Spirito perché l’entusiasmo cresca in noi e nelle nostre comunità. Non certo l’entusiasmo del momento, o quello che riposa su migliori tecniche o su presunte capacità. Ma l’entusiasmo che viene dal Vangelo, da Gesù che è il dono di grazia del Padre, dallo Spirito Santo che è presente nei cuori, dalla speranza che ci è donata, dall’Eucaristia, dalla preghiera, dal lavoro. A volte qualcuno osserva che oggi l’annuncio di Cristo è più difficile perché è contrario alla mentalità comune o al modo comune di fare o perché è disomogeneo rispetto alla fede. Mi permetto di rispondere che forse oggi il mondo ha proprio bisogno di una parola diversa rispetto alle comuni parole piuttosto banali: forse le orecchie e il cuore potrebbero anche aprirsi di più, se le nostre parole avessero in sé quella novità e diversità della parola evangelica. Senza sbandierarla, certo, ma senza nasconderla e senza appiattirla. Poiché la parola di Gesù vale non solo per il passato, ma anche per l’oggi, sarà bene ritenere molto attuale per noi l’invito di Gesù: “io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4, 35). Se i nostri occhi sono fissi a terra, vediamo solo secondo il nostro piccolo orizzonte, secondo il nostro piccolo schema. Occorre alzare gli occhi, occorre liberare lo sguardo. Chiediamo la grazia di occhi nuovi, capaci di vedere non solo l’attesa di Dio, ma anche la sua presenza viva grazie alle misteriose vie dello Spirito Santo che dà la vita.
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