Avremo un politico santo?
Insegnante e parlamentare, Giuseppe Berti fu un uomo di primo piano nella Chiesa piacentina del ‘900. In seguito all’invito del Vescovo a mantenerne viva la memoria, la parrocchia di S. Anna intende promuoverne la causa di beatificazione
Quando si parla di crisi vocazionale, la maggior parte della gente la ricollega d’istinto al sacerdozio, mentre riguarda molti altri ambiti della vita come, ad esempio, il matrimonio e l’avere figli. Anche nel lavoro, nella società in cui si vive fino ad arrivare alla politica, in pochi oggi si cimentano nel difficile ruolo di amministratori senza mai abbandonare coerenza e genuino spirito di servizio. La disaffezione generale evidenzia un malessere sempre più diffuso. Eppure c’è chi, nel corso della sua esistenza, è stato un politico che ha fatto sempre appello alla sua anima cattolica, ha abbracciato la sua vocazione nel campo religioso, civile ed educativo e l’ha assolta da credente, sempre. “Soltanto un cristianesimo integro, aperto, comprensivo della povertà, valorizzatore del mondo operaio e giovanile potrà condurre e trasformare la comunità nell’ambito conciliare”. Lo scriveva nel suo testamento spirituale l’onorevole Giuseppe Berti di cui, nel novembre scorso a Piacenza, sono stati celebrati i trent’anni dalla morte. Proprio in quest’occasione, per colui che è stato definito il laico credente, appassionato di Dio e dell’uomo, si è pensato di avviare una causa di beatificazione. Il vescovo Ambrosio, rimasto molto colpito dalla ricchezza spirituale che ha animato tutta l’attività intensa e molteplice di Berti, con una lettera ha espresso il desiderio al parroco di S. Anna, don Luigi Fornari, che la sua memoria sia tenuta viva e siano valorizzati i segni di santità di vita. Per questo la parrocchia di S. Anna si è fatta promotrice del cammino lungo e complesso verso il riconoscimento ufficiale, da parte della Chiesa, di Berti come di un valido testimone del messaggio cristiano.
Il voto: “vivrò con l’indispensabile” È probabile che la figura di Giuseppe Berti sia poco nota ai giovani piacentini e non; si parla dei decenni che ruotano intorno alla Seconda Guerra mondiale: prima la dittatura fascista, poi la guerra, la Resistenza, il ritorno della libertà, la Repubblica. Nato a Mortara in provincia di Pavia l’8 dicembre 1899 si trasferì all’età di tre anni a Piacenza, città che amò e che non lasciò più fino alla morte. Non ancora diciottenne venne chiamato “ragazzo del ‘99”, a combattere durante la Prima Guerra mondiale. Tra gli scontri armati formula un voto: vivrò solo con l’indispensabile. E così fece. Berti si fece povero e da povero visse per tutta la vita. I confratelli del circolo della S. Vincenzo, che lui stesso aveva fondato nel 1928, cercarono invano di rinnovargli il guardaroba, ma immancabilmente tornava a mettersi il vecchio soprabito logoro, dopo aver regalato agli indigenti ciò che aveva.
“Raggiunse” studenti, lavoratori e cittadini Negli anni Venti e Trenta Berti divide il suo impegno tra la scuola e la parrocchia. L’insegnamento connotò a tal punto la sua vita che in città era semplicemente conosciuto come “il professore”. Insegnò per oltre cinquant’anni passando per tutti gli ordini di scuola: elementari, medie e superiori. Nel 1939 diventa ordinario di filosofia e storia, gli viene assegnata la cattedra al liceo classico Manin di Cremona dove insegnerà fino al 1970. “L’ho conosciuto da studente e non ho mai dimenticato quel suo voler comprendere fino in fondo il mondo giovanile”, ha detto l’on. Giancarlo Bianchini. A questa vocazione si aggiunse l’impegno in Azione Cattolica, di cui fu presidente diocesano per quasi dieci anni, e nelle Acli, che presiedette per quasi un ventennio e che lo portarono a contatto con il mondo operaio a cui si dedicò totalmente. Alla vigilia del primo maggio, festa del lavoro, restano sempre attuali le parole che Berti pronunciò al termine del suo mandato da presidente Acli nel 1963. “Noi siamo prima cristiani che lavoratori e democratici. Senza l’Evangelo il lavoro non si spiega ne’ si può sopportare. Senza Evangelo sono improponibili: rispetto del lavoratore, libertà e democrazia”. Secondo Berti era necessario formare i lavoratori perchè non diventassero pedine nelle mani di chi voleva sfruttarli. Ecco spiegata la nascita dell’Enaip nel 1952. Il centro di addestramento professionale per i giovani lavoratori fu una delle più importanti iniziative acliste della presidenza Berti. Nella sua vita straordinariamente ricca, Berti non si fece mancare l’esperienza politica. Non fu per ambizioni personali, ma per Cristo e la Chiesa che si candidò anche alle elezioni del 1948 dopo aver militato nelle file partigiane ed essere finito in carcere nel 1944 quando fu arrestato dal Fascio di S. Rocco in seguito ai bombardamenti su Piacenza. Convinto dell’importanza della presenza cristiana nella nascente Repubblica italiana, al fine di costruire una società più umana e rispettosa della dignità di tutti, fu deputato nella Dc nel primo Parlamento italiano con uomini come Lazzati e La Pira.
Il politico che pregava Il suo programma era molto lucido: non si può formare una società cristiana lasciando la politica in mano agli anticlericali. Anche qui, con queste parole, ancora una volta fu profeta: “Per noi non è possibile un’autonomia della politica dai valori spirituali e dai valori religiosi; per noi non è ammissibile che l’attività politica abbia un’autonomia che si sottragga alla morale”. “Il suo obiettivo era evangelizzare anche in Parlamento portando all’attenzione del Governo i bisogni della gente”. Don Luciano Ravetti ha conosciuto bene Giuseppe Berti ancor prima che diventasse deputato essendo stato a suo tempo curato di S. Anna, la parrocchia di appartenenza del professore. Don Ravetti, che attualmente è cappellano di S. Raimondo, è stato individuato come postulatore della causa di beatificazione, un ruolo che il sacerdote ha già ricoperto per Madre Teresa Maruffi, anche se è in attesa del via libera ufficiale da parte del Vescovo. “Dopo il primo mandato in Parlamento nelle file della Dc, non fu rieletto perchè non era certo uno che si preoccupava di ottenere amicizie e appoggi”, osserva don Ravetti a cui Berti aveva confidato tutto il suo rammarico per l’interruzione di quell’attività. Secondo il postulatore una delle chiavi di lettura per capire la vita e le scelte di Berti è la sua appartenenza alla Società operaia che nasce nell’alveo di Azione Cattolica e il cui nome prende spunto dagli operai del Vangelo di Luca: “la messe è molta ma gli operai sono pochi”. “Tutta la sua vita - spiega don Ravetti - si è fondata su una spiritualità getsemanica di accettazione quotidiana della volontà di Dio”. Pensando a tutte le opere a cui si dedicò viene infatti da chiedersi dove trovasse la forza per fare tutto ciò che fece. “La risposta è semplice”, replica don Ravetti. “Come disse lui stesso nel suo testamento spirituale - continua - non tralasciò mai l’Eucaristia quotidiana. Le tre messe al giorno gli servivano per essere in comunione con Cristo”.
L’esempio dei Santi “Era poi un uomo molto tollerante, perfino mio padre -racconta don Ravetti - originariamente comunista (vi lascio immaginare la reazione quando gli confessai che volevo farmi sacerdote - aggiunge) lo stava ad ascoltare con piacere e nel tempo cambiò idea”. Il processo di beatificazione, come chiarisce il postulatore, è particolarmente lungo, ma è un segnale molto importante anche per noi uomini contemporanei riconoscere la santità di chi ci ha preceduto. Tornando al discorso delle vocazioni che sembrano mancare nei vari ambiti della vita, ha un grande significato valorizzare l’esistenza di questi personaggi che hanno vissuto mettendo al centro il bene della comunità grazie alla fede che li ha illuminati. I santi sono persone straordinariamente umili perché non hanno nulla di personale da difendere, ma anche fortemente risoluti perché hanno saputo discernere la volontà di Dio nella loro vita e di questa volontà si sono messi al servizio. A tutta la società civile, a giovani e meno giovani, esempi come questo fanno bene come una spinta rigeneratrice. Davanti ai santi, uomini e donne comuni, non eroi, che hanno saputo gettare il cuore al di là dell’ostacolo ci si risveglia dal torpore e si tronca ogni possibile scusa: la coerenza cristiana, per quanto difficile per la fragilità umana, è possibile.
Sara Vigorita
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