Domenica 05 Settembre 2010
 

Il canto dell’alleluia scuote la “grande notte”

Il percorso sui temi-chiave della Quaresima si conclude  con la parola più gioiosa per esprimere lode e acclamare  a Dio. L’Alleluia canta la vita nuova di cui la comunità  cristiana nel tempo sperimenta tutta la bellezza e la forza
Prosegue la pubblicazione degli interventi di alcuni sacerdoti piacentini che illustrano le parole-chiave del percorso diocesano della Quaresima dal tema “Exultet! Era morto ed è tornato in vita”.
Questa settimana padre Nicola Albanesi, superiore provinciale dei Vincenziani e docente di teologia fondamentale al Collegio Alberoni, illustra l’ultima parola “Alleluia”.

Il canto dell’Alleluia apre il tempo pasquale. Non ci può essere Pasqua senza Allelluia. L’antica liturgia romana, faceva aprire la “grande notte”, tutta pervasa dalla gioia pasquale, con questo canto. Il diacono solennemente annunciava al Vescovo, cantando: “Pater, annuntio tibi gaudium magnum: est Alleluia!”. è un vero e proprio annuncio, un kerygma che risuona in questa notizia che viene portata a chi presiede la santa Assemblea: Padre, finalmente è alleluia! Si può dire alleluia! Il tempo del lutto, del lamento, della tribolazione è passato: “il tempo del canto è tornato” (Ct 2,12). Inizia il tempo nuovo del giubilo, dell’esultanza, della festa. E allora la Chiesa tutta intera può dire: “Surrexit Christus vere, alleluia!”. Cristo è risorto veramente! Ecco il motivo dell’Alleluia. E se Cristo è risorto vuol dire che iniziano i tempi nuovi, quelli della nuova creazione. L’Alleluia diventa allora il “canto nuovo”, di cui parla S. Agostino, della nuova era, del nuovo mondo, dell’uomo nuovo.
«Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli» (Sal 149,1). Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L’uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore. Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l’uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo” (Discorsi 34,2).

Il canto dell’Hallel e la Pasqua ebraica. Nel Salterio ebraico c’è un gruppo di salmi che viene chiamato Hallel, che vuol dire “lode”. Il nome deriva dal suo inizio, hallelu-jah (da hallelu “lodate” e jah la prima sillaba del Nome di Dio impronunciabile, che sta per “il Signore”: Sal 113,1). Sono i salmi 113-118 dell’attuale testo masoretico. Questa raccolta di 5 salmi (113, 114-115, 116, 117, 118) viene chiamata Hallel di Pasqua, o “egiziano”, perché composto per celebrare l’uscita dall’Egitto. Ci sono altri Hallel nel libro dei Salmi, ma questo è stato composto come sintesi di tutte le Scritture. Il Midrash Hallel, un commento rabbinico del III secolo, lo fa corrispondere ai 5 libri del Salterio, i quali a loro volta richiamano i 5 libri della Torah (il nostro Pentateuco). Come a dire che, se il Salterio è una sintesi della Torah, l’Hallel è una sintesi del Salterio. Per questo motivo al canto dell’Hallel è stata attribuita, dalla tradizione ebraica, una importanza eccezionale: “Fammi udire la tua voce” – dice il Santo nel Cantico (Ct 2,14) – perché quando i figli d’Israele cantano l’Hallel con arte, le loro voci raggiungono il cielo, secondo il detto: “La Pasqua nella casa e l’Hallel fora il tetto”. Vale a dire: la Pasqua, cioè la porzione di agnello pasquale che spetta a ciascuno – “come un’oliva” – permette di cantare, di alzare a Dio il canto nuovo, il canto delle persone ormai “liberate” dalla schiavitù. Per questo, anche se quantitativamente la partecipazione alla Pasqua è così piccola, come un’oliva, la gioia che si esprime nell’Hallel è incontenibile: sfonda il tetto della casa, squarcia i cieli, giunge direttamente alla dimora di Dio. In questo modo la generazione che canta l’Hallel di Pasqua si unisce alla prima generazione che ha visto i prodigi dell’Esodo e che ha cantato “l’Hallel che è nella Torah”, cioè il “Canto del mare” (Es 15,1-18).
Tutto questo viene spiegato, ancora oggi, nel rituale della Pasqua, nell’Aggadah, dove si introduce l’Hallel in questo modo: “In ogni singola generazione ciascuno deve considerarsi come uscito dall’Egitto… Perciò noi abbiamo il dovere di ringraziare, inneggiare, celebrare, elogiare, esaltare, magnificare, benedire, glorificare, lodare Colui che per i nostri padri e per noi fece tutti quei prodigi… e di dire davanti a Lui il canto nuovo: Alleluia! Lodate il nome del Signore!” (Seder X,5). Solo gli uomini liberi conoscono e possono cantare il canto nuovo, il canto dei salvati. Alle grandi opere di Dio, alle “meraviglie” che Lui ha compiuto, corrisponde l’alleluia dell’uomo. Dall’azione salvifica di Dio “per noi” deriva la nostra risposta di lode “in noi”. La lode diventa un “dovere”. Ma non come un impegno da assolvere, ma come una forza irresistibile che si manifesta in un impeto di gratitudine. Essa sgorga dal cuore dell’uomo. L’esultanza erompe dalle profondità del suo spirito, incontenibile, insopprimibile!

La celebrazione liturgica dell’Hallel. L’alleluia misura la partecipazione alla Pasqua e ne manifesta il coinvolgimento. Per questo l’Hallel lo si imparava prestissimo, da bambini, per poter partecipare a pieno diritto al rito. Così, prima ancora di saper leggere, i bambini ebrei lo sapevano a memoria. Testo vivo di preghiera, l’Hallel può comprendersi solo alla luce del rito che interpreta e nel corso del quale viene cantato.
Ai tempi di Gesù l’Hallel veniva cantato solennemente la sera del 14 di Nisan nel Tempio durante il rito dell’immolazione dell’agnello, la notte tra il 14 e il 15 durante il rito domestico della Pasqua e la mattina successiva, dopo l’Amidah (conosciuta come la preghiera delle 18 benedizioni). Nel Talmud c’è scritto che  l’Hallel non va recitato, ma “secondo un’antichissima tradizione”, cantato con “bellezza”, cioè con “forza, slancio, entusiasmo” fino a “far crollare i tetti”. Tutto il corpo doveva partecipare all’esultanza. Perciò il momento dell’Hallel di fatto era animatissimo. Uno dei modi più comuni e antichi comportava la ripetizione dell’alleluia a ogni mezzo versetto dei 5 salmi, che faceva in totale il bel numero di 123 alleluia. Man mano che si procedeva verso la fine, l’alleluia doveva farsi sempre più forte e il ritmo più serrato e travolgente. Si era trasportati dall’alleluia. Attraverso questo canto si entrava nella gioia pasquale, in un clima di festa, di serena esaltazione, di vigile ebrezza. Ogni Pasqua veniva così celebrata nell’Hallel in attesa della Pasqua ultima. La celebrazione delle meraviglie di Dio di un tempo, era finalizzata a rilanciare il desiderio verso l’intervento di Dio ultimo, verso la redenzione messianica. Così tutta l’opera di Dio veniva contemplata nella sua totalità. Nella Pasqua annuale “delle generazioni”, memoria della prima Pasqua, quella passata “dell’Esodo”, e anticipazione della Pasqua ultima, quella futura “del Re Messia”, Dio grandemente si esalta (Es 15,1), rivelandosi ancora come Unico e incomparabile Salvatore e Signore.

Il canto dell’Alleluia e la novità cristiana. Se già la Pasqua ebraica conteneva una forte caratterizzazione escatologica, ancor di più la tensione al futuro contraddistingue l’annuncio cristiano. Quando la prima comunità cristiana annuncia la risurrezione di Gesù lo fa usando categorie escatologiche. Parla cioè di un evento che, secondo l’immaginario popolare giudaico del tempo, inizia l’eone futuro. Gesù non ritorna in questo mondo (come Lazzaro, come la figlia della vedova di Nain), ma entra nel nuovo mondo, come primogenito. Gesù non torna semplicemente “in vita”, ma a partire dalla sua risurrezione, inizia a vivere una “vita immortale”. Si manifesta per prima in Lui una forma di esistenza nuova, quella definitiva. “Cristo risorto non muore più – dirà S. Paolo – la morte non ha più potere su di Lui”! (Rm 6,9). è l’inizio della vita nuova, la vittoria sulla morte, che Cristo comunica ai suoi. Lo stesso invio dello Spirito è visto come un segno escatologico: l’inaugurazione dei tempi messianici. Per questo motivo la Chiesa, ricevendo l’effusione dello Spirito Santo, si è da subito concepita come la comunità escatologica.

Il contenuto dell’Alleluia: il kerygma. Cristo è vivo! Il Padre lo ha risuscitato e ha inviato a noi il suo Spirito! E’ il primitivo kerygma che annuncia la vera novità cristiana. La comunità non vive di ricordi. Celebra una presenza che domina la vita. La fede pasquale non nasce da una riflessione su eventi passati, ma da una azione di Dio che risuscita Gesù e lo costituisce Signore. La comunità sperimenta la presenza e l’azione di Cristo risorto come una “potenza” che determina il presente e che trasforma la vita.
Il primo annuncio di Pietro, secondo i racconti degli Atti degli Apostoli, dice: “Quel Gesù che voi avete ucciso … Dio l’ha risuscitato … e noi ne siamo testimoni!” (Atti 2; 3; 4; 5; 10; 13). Di che cosa gli apostoli si fanno garanti? Della risurrezione di Cristo sperimentata nell’oggi!
Alla coscienza della prima comunità cristiana si impone un dato: che Gesù di Nazareth era il Messia atteso da Israele, il Messia futuro, il Figlio dell’Uomo. E il carattere messianico che la comunità attribuisce a Gesù non è il frutto di una riflessione umana. Il significato di Gesù come Cristo non sta in ciò che Egli ha compiuto in passato, ma in ciò che sta operando oggi nella vita della comunità. Perciò ci si aspetta da Lui il compimento finale della sua opera di salvezza. L’annuncio della risurrezione di Cristo non è separato dal racconto della vita nuova sperimentata nell’oggi, della vita che Dio dona in abbondanza a tutti i credenti. Questa è propriamente la bella notizia! Il racconto di un atto totale di Dio. Ciò che i primi credenti annunciano è l’irruzione di Dio nel mondo che riguarda simultaneamente Gesù e tutti coloro che sono stati raggiunti dalla potenza della sua risurrezione. “La morte è stata ingoiata dalla vittoria”! (1 Cor 15,54). è stato vero per Gesù, come è e sarà vero per ogni cristiano. Allora l’unica cosa che vale la pena dire è: Alleluia!

La forma dell’Alleluia: il canto!
L’Alleluia canta la vita nuova di cui la comunità cristiana nel tempo sperimenta tutta la bellezza e la forza. è noto come il canto agisca sull’uomo, sul suo sistema nervoso e persino sulle sue funzioni vitali. Già Platone diceva che la musica penetra nell’interiorità dell’anima e se ne impadronisce (Repubblica III, 401). E Jankélévitch gli fa eco affermando che la musica, con un’irruzione possente s’insedia nel nostro intimo e vi elegge domicilio. Sicché l’uomo che viene ad essere abitato e posseduto dal canto, rapito a sé, non è più se stesso: si trasforma.
L’alleluia che la Chiesa ci fa cantare e che mette sulle nostre labbra in tutto il tempo pasquale opera la nostra trasformazione. Il canto dell’alleluia si può considerare una specie di sacramento, per farci diventare ciò che cantiamo: una lode a Dio. S. Agostino diceva che “Il cantore diventa la lode del suo canto!” (D 34,2). Per questo in un altro discorso aggiunge: “Noi cantiamo all’unisono questa parola e, uniti attorno ad essa in comunione di sentimenti, ci sproniamo a vicenda alla lode di Dio” (D 255,1). E il suo maestro S. Ambrogio era persuaso che non ci fosse niente di più dolce di questo canto: “è benedizione per i fedeli, lode a Dio, parola universale, voce della Chiesa, professione di fede, espressione di amore, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia. Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. è protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia” (Comm. ai Salmi 1,9-12). In altre parole, la missione dell’alleluia è la guarigione, l’acquietamento, l’esaltazione del nostro essere, la realizzazione della nostra vocazione ultima.
Sempre S. Agostino afferma che il canto dell’Alleluia è l’occupazione dei beati in cielo, è il loro cibo, la loro bevanda, la loro “quieta azione”, il loro sommo gaudio. Perciò l’Alleluia è propriamente il canto della vita futura, dell’ottavo giorno! Qui in terra lo cantiamo nella speranza, lassù nel possesso. è sempre e solo l’amore che ci fa cantare l’Alleluia: ma adesso è l’amore affamato, allora l’amore saziato. “Nel tempo presente cantiamo l’Alleluia come consolazione, per essere fortificati lungo la via. L’Alleluia che cantiamo adesso è come il canto del viandante. Tuttavia percorrendo questa via faticosa, tendiamo a quella patria dove ci sarà il riposo, dove, scomparse le faccende che ci impegnano adesso, non resterà altro che l’Alleluia” (D 255,1). “Qui e lassù si canta l’Alleluia, ma qui da gente angustiata, lassù da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù nella patria” (D 256,3).
Perché si deve cantare l’alleluia? Per penetrare gli animi! Per invocare l’amore! Per assopire la sofferenza! Per ispirare la gioia! Per tendere al riposo! La liturgia non può farne a meno. Noi non possiamo farne a meno!
P. Nicola Albanesi, c.m.