Alla ricerca di un nuovo modello di integrazione
Progetti nelle scuole, dialogo interreligioso, il video su via Roma. Don Carbeni: noi razzisti? Non faremmo tutto questo; Magistrali: la cultura combatte la xenofobia
L’onda razzista ha davvero travolto l’Italia? Dopo i fatti di Rosarno i lavoratori immigrati sono scesi in piazza per rivendicare diritti e uguaglianza, ma resta sempre aperta la partita dei doveri. Da città di provincia come la nostra alle grandi metropoli istituzioni e opinione pubblica riflettono con apprensione su come trovare soluzioni più efficaci per una convivenza pacifica e civile con chi arriva da altri Paesi. Le immagini e le notizie, peraltro distorte, cavalcate da alcuni mezzi di comunicazione hanno avuto i loro effetti negativi divulgando un allarmismo generale che i più pessimisti definiscono una polveriera pronta a scoppiare. Secondo una ricerca Eurisko sembra che i giovani abbiano più paura degli stranieri rispetto ai loro padri. Se il 41% degli adulti non esita infatti a definire negativa la presenza degli immigrati, lo stesso atteggiamento è diffuso nel 58% dei ragazzi. Chi viene in Italia, dicono, porta criminalità e sottrae lavoro. Ma tra gli studenti, per fortuna, esistono delle differenze non di poco conto: quelli che hanno dimestichezza con la lettura e che hanno occasioni di confronto con compagni stranieri, attraverso progetti di comunicazione interculturale, giudicano positivo l’arrivo degli extracomunitari in percentuale maggiore rispetto agli altri. Una tesi che sostiene fortemente Giuseppe Magistrali, già docente universitario di Sociologia dei servizi sociali all’Università di Ferrara ed esperto di politiche per l’immigrazione. “Dove ci sono radici e cultura non c’è timore di accogliere il diverso - spiega Magistrali -; in altre parole – prosegue - chi sa chi è non si sente minacciato. Fenomeni razzisti nascono sulla base di identità fortemente deboli, per questo è importante che le nuove generazioni investano nello studio, non solo accademico naturalmente”. Il docente, che ha scritto molti libri sulle dinamiche del mondo migratorio, interpella la storia: il nazismo, per esempio, fondato sulla superiorità della razza ariana, è stato generato da un momento di fragilità storica della popolazione tedesca.
Razzisti? No, interpretiamo i dati Alla ricerca dell’Eurisko se ne unisce un’altra, presentata a Montecitorio sugli atteggiamenti razzisti e xenofobi manifestati tra i giovani: solo il 40% si dichiara aperto alle novità e alle nuove etnie che popolano il Paese. Il dato sconfortante emerge dallo studio “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti, che ha coinvolto oltre 2000 ragazzi tra i 18 e i 29 anni ed è stato effettuato dall’istituto di ricerche Swg. Magistrali, però, interpreta questi numeri con uno spirito meno semplicistico. “Sebbene la situazione sia preoccupante e da tenere sotto controllo, non si deve giungere a conclusioni affrettate - precisa, - la diffidenza e il timore espressi dai ragazzi intervistati non si devono sovrapporre a un atteggiamento razzista, ma sono direttamente riconducibili a stereotipi legati a tensioni sociali che vanno abbattuti come il falso problema che l’immigrato porti via il lavoro”.
I tre modelli di integrazione Quello che lo studioso rileva, in generale, è la poca capacità di fondare una riflessione su una conoscenza profonda del fenomeno migratorio di cui si discute dagli anni ‘90. “Dopo la legge Martelli – osserva – se n’è parlato come di un problema sociale perché era emersa la mancanza di politiche efficaci per l’accoglienza”. Sono passati vent’anni, il Paese studia ancora le soluzioni e, anche a Piacenza, in occasione del focus sulla sicurezza in Prefettura, si è parlato di adottare un nuovo modello di integrazione fondato su una cultura dei diritti e dei doveri. Secondo Magistrali il modello che potrebbe essere positivamente assunto dall’Italia è quello di “partnership” basato cioè sulla collaborazione e sul confronto tra culture differenti che continuamente dialogano. Questo nuovo modello dovrebbe superare quelli precedenti nati dall’esperienza degli altri paesi europei. Quello francese è assimilazionista, tende a negare l’altra cultura: “apparentemente accogliente con la concessione della cittadinanza, ma poco reale” - dice. Quello tedesco si rifà all’idea del “lavoratore ospite” che però rischia di ghettizzare gli immigrati nettamente separati dal resto della popolazione. Infine, il modello anglosassone portabandiera di un pluralismo integrale che però si sgretola sulla mancanza di politiche attive di sostegno. Della serie “tiriamo a campà”. “Sia ben chiaro – precisa il docente – il modello di partnership non si deve sviluppare sulla logica buonista, ma sul confronto e sul punto fermo che ai diritti devono corrispondere i doveri pienamente accettati da chi arriva”. La via del dialogo L’indagine sui giovani, presa in considerazione dal prof. Magistrali, ha fatto eco all’articolo comparso sull’Osservatore Romano di circa un mese fa in cui l’autrice, Giulia Galeotti, parla degli italiani come di un popolo razzista “incapace di riscattarsi quando il diverso s’è fatto più vicino”. Forse gli italiani non hanno mai brillato per apertura, ma “l’odio selvaggio” che l’autrice attribuisce all’atavico dna dell’intero popolo del Belpaese è stato criticato da molti che non si sono sentiti rappresentati. Neppure don Claudio Carbeni è d’accordo su una posizione così netta. Il parroco di Gragnano che insegna religione negli istituti comprensivi di S. Nicolò e Pianello porta subito all’attenzione fatti concreti che mostrano come in certi casi, nell’ambito scolastico, insegnanti, studenti e genitori si siano dati un gran da fare per agevolare l’ingresso degli extracomunitari in classe. Dall’anno scorso è infatti partito un progetto sul dialogo interreligioso. “Non si tratta solo di lezioni frontali sulla storia delle religioni ma - precisa don Carbeni - sono in programma visite alle sinagoghe di Soragna e Casale Monferrato”. Il sacerdote racconta anche che tanti musulmani e cinesi frequentano il suo oratorio, segno che i bambini e le loro famiglie hanno trovato accoglienza. Secondo don Carbeni segnali di vitalità e speranza ci sono e questo dialogo di vita offre al quotidiano numerosi spazi e luoghi di convivialità e di incontro, di celebrazione e di amicizia, che fanno superare le paure e le diffidenze reciproche. “Se fossimo razzisti, non faremmo tutto questo”, ha concluso. Non si può certo dire che Piacenza resti indifferente a questo tipo di discorso: si passa dai progetti didattici che concorreranno per il Fondo europeo al video girato in via Roma che offre a tutti uno spaccato della quotidianità dei tanti stranieri che vivono nel quartiere più multietnico della città. Il video, firmato dal laboratorio di Alberto Esse, ha l’obiettivo di mostrare realtà comuni e avvicinarle. Ecco perchè gli studiosi insistono sul tema delle identità che resta la vera questione. C’è chi le intende una ricchezza perché assomigliano a quei “talenti da trafficare” di cui parla il Vangelo. Se le società, invece, sono fortezze da difendere ecco che l’identità diventa un fattore che esclude. Il rischio è quello di creare una zona grigia in cui gli immigrati sono il capro espiatorio di tutte le paure. La Bibbia, come sempre, ci insegna molto. Abramo viveva bene a Ur, ma a un certo punto è partito per cercare una terra. Ciò significa che la sedentarietà non è la condizione dell’uomo. Anzi, è vero esattamente il contrario. Come per i talenti che sono fatti per essere trafficati e non per essere nascosti sotto un pugno di terra.
Sara Vigorita
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