Il nostro Magnificat
Accogliere Dio negli eventi inaspettati della vita “Il piccolo è diventato grande. L’insignificante è diventato decisivo. Ciò che agli occhi dell’uomo non valeva è diventato un dono irrevocabile. Le azioni di Dio non aggiustano la storia degli uomini, la rifanno”. Il cammino diocesano d’Avvento ci ha messo di fronte a Maria ed Elisabetta. Raggiunta da un’impensabile notizia, la giovane ragazza di Nazareth si lascia guidare da Dio su strade non sue. Toccata dal dono del Figlio, intona il suo canto di lode, il suo Magnificat. “Grandi cose ha fatto il Signore per me”: come Maria, anche noi oggi possiamo cantare il Magnificat, lodare Dio per la sua Provvidenza che ci accompagna. Anche quando la notizia che ci arriva è sconvolgente, anche quando per il mondo di lodare non ci sarebbe motivo. “Cantate un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie”, recita il salmo del giorno di Natale.Solo chi accoglie e fa spazio al Figlio nella sua vita diventa capace di accogliere e di far spazio anche all’altro.
Barbara Sartori
Pierangelo e Annamaria Liguori: una famiglia che ama la vita
“La nostra gioia più grande si chiama Sofia”
La famiglia è sempre stata nei sogni di Pierangelo ed Annamaria Liguori. Tanto che, al momento di sposarsi, vent’anni fa, hanno deciso insieme che Anna avrebbe lasciato il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla cura dei figli. “Abbiamo avuto entrambi il dono della mamma a casa da piccoli e volevamo che anche per i nostri bambini ci fosse questa presenza, anche a costo di qualche sacrificio economico”. Ma il sogno tarda a realizzarsi. Pierangelo ed Anna si rendono disponibili all’affido familiare. Vivono un paio di esperienze di accoglienza. Ma si tratta pur sempre - per quanto siano intensi i legami che si allacciano - di storie “a termine”. Il desiderio di maternità e paternità è così grande - sono sposati ormai da sette anni - che prendono la decisione di avviare le pratiche per l’adozione. “Il giorno in cui abbiamo presentato la domanda, ho fatto il test di gravidanza e ho scoperto di essere incinta. Non era mai accaduto prima. Ti lascio immaginare la nostra gioia”.
“Non portarmela via” Sofia ha fretta di venire al mondo. La gravidanza si conclude in sette mesi. La bambina supera le prime 24 ore critiche, poi le 48, inizia a respirare da sola. A una settimana dal parto, Anna e la piccola possono essere dimesse. “Ero in reparto che aspettavo che mio marito mi venisse a prendere, ma il tempo passava. Sono scesa nella sala d’ingresso e Pierangelo non era neppure lì. Allora sono andata alla nursery e dal vetro ho notato che Sofia non c’era...”. La bimba aveva avuto un’emorragia cerebrale, con conseguenze serie sul suo sviluppo. Pierangelo era a colloquio coi medici; voleva essere lui a dare la notizia alla moglie. “È stato un dolore terribile - dice Anna -. Ricordo che ho pensato: «Signore, me l’hai donata, ti prego, non portarmela via»”.
Un pugno sul muso Seduti in salotto, con Sofia che ti sorride dalla sua carrozzina, in casa Liguori si percepisce sì stanchezza, ma una stanchezza gioiosa. E non è per via dell’aria natalizia, dello sfondo del presepe in terracotta o dell’albero di Natale “internazionale” che Sofia ha fatto col papà (gli amici, sapendo della sua passione per le decorazioni natalizie, da ogni vacanza le portano un nuovo addobbo). La vita qui non è quella magica delle pubblicità dove a Natale si è tutti più buoni. Pierangelo e Annamaria non si sentono degli eroi. Se c’è una forza che li tiene in piedi - e che tiene in piedi il loro matrimonio - è quella che viene da Dio. Altrimenti - ne sono convinti - la loro giornata sarebbe fatta di rabbia, di rancore, di desiderio di rivalsa per un evento del quale non hanno mai avuto una spiegazione precisa. “Di solito complicazioni del genere avvengono subito dopo il parto, non dopo una settimana. Anche il medico che seguiva Sofia era scioccato. I dottori - dice Anna - ci hanno messo davanti la verità nuda e cruda, con dettagli che non è stato facile digerire. «Avrà una qualità pessima di vita», ci siamo sentiti ripetere spesso. E io pensavo: «No, mia figlia avrà una qualità di vita meravigliosa»”. “Quando ti capita un fatto come questo - prosegue Pierangelo - è come ricevere un pugno sul muso. E un pugno sul muso fa male. Quel che ci ha sorretto è la fede, è avere degli amici che hanno pregato per noi. I primi tempi sono stati un combattimento, un cammino nel deserto. Abbiamo lottato anche contro la tentazione di voler fare delle polemiche per quel che era accaduto a Sofia. Adesso, tredici anni dopo, posso dirlo: è stato un combattimento sano. In questa esperienza, noi che eravamo due ‘borghesucci’ dalla vita tranquilla, e già dentro un cammino di fede, abbiamo davvero incontrato Gesù. Abbiamo lasciato che ci guidasse”.
Più che una casa, un bar! Se c’è una cosa - l’unica - che fa arrabbiare Annamaria è sentirsi compatita. “Siamo semplicemente chiamati a fare i genitori. Non esistono figli di serie A o di serie B. Noi facciamo per Sofia quel che ogni mamma e papà fa per il bene di suo figlio”. “È evidente però che da soli non ce la possiamo fare - ribadisce Pierangelo -. Sofia è la nostra gioia più grande, ma il rapporto con lei impegna totalmente. Anche il semplice fatto di voler leggere il giornale non è possibile, se non a tarda sera, quando l’abbiamo messa a letto. Sofia ci pone delle necessità e di fronte alla necessità non puoi rimandare, anche se sei stanco. Ecco perché cerchiamo di essere fedeli alla preghiera: quando la debolezza ci coglie, quando la volontà di Dio pesa, chiediamo aiuto a lui”. La Provvidenza di Dio ha i volti dei tanti amici che, ogni pomeriggio, dopo che Sofia torna da scuola, popolano la loro casa per dare una mano con la fisioterapia, per portarla a fare un giro, al cinema, per aiutare Annamaria con le faccende. “O per invitarmi ad andare fuori - ride lei -. Come tutte le donne, non mi faccio mancare il caffé, le commissioni, il giretto per negozi. Ma la mia vera felicità è stare in casa. Sono una casalinga per niente disperata!”. Del resto, è il mondo ad andare a casa Liguori e anche questo è un fatto non sempre facile da gestire. La privacy normale di una famiglia non esiste quasi più. Ma è anche un piccolo grande miracolo di umanità. Nei periodi “di punta” si è arrivati addirittura a quota 40 persone, che ruotavano per le necessità di Sofia. Volontari è una parola riduttiva. Per Anna e Pierangelo sono amici. Tra questi ci sono ragazzi che hanno iniziato a 15-16 anni e adesso sono lavoratori, laureati, stanno per sposarsi. Ci sono i giovani che portano Sofia sui sentieri di montagna durante le vacanze con la parrocchia. Gli ultrasettantenni che fanno da nonni. “Vedessi la dedizione, l’amore... Sono i miei angeli - li definisce Annamaria -. Mi succede che a volte, la mattina, se mi trovo imbrogliata in qualcosa, ecco suonare il campanello... e l’aiuto arriva. A casa nostra c’è sempre qualcuno”. “Più che una casa, è un bar! - le fa eco Pierangelo -. Se avessi dovuto pensare alla mia vita in questo modo, per come sono fatto io, ha dell’incredibile. E le cose incredibili le può fare solo Dio”.
La preghiera di Sofia Quando arriva il momento della preghiera prima di dormire - un momento privato che questa famiglia ci ha donato di poter condividere alla fine del nostro incontro - Sofia si anima improvvisamente. Con la tecnica della comunicazione aumentativa, grazie alla quale mamma, papà e gli amici “lanciano” il dialogo, anche Sofia può esprimere le sue intenzioni. Con la voce, attraverso quelli che per noi sono solo suoni, canta il suo personale Magnificat. “Quel che per noi è importantissimo come genitori - conclude Pierangelo - è passare la fede a Sofia attraverso la vita. Partecipiamo insieme alla messa, preghiamo, le leggo la Bibbia e gliela spiego, va a catechismo. Sono certo però che il Signore ha un dialogo privilegiato con lei che io non potrò mai capire fino in fondo”.
Mira Doçi l’8 dicembre ha pronunciato i voti perpetui come Scalabriniana
“Volevo fare la cantante. Oggi canto le lodi di Dio”
Da “grande” avrebbe voluto diventare una cantante famosa. Oggi invece Mira Doçi, 38 anni, albanese di un villaggio vicino Scutari, è una suora missionaria scalabriniana. “Canto le lodi di Dio”, ci racconta attraverso la web cam nella sua nuova casa di missione in Germania. Suor Mira ha pronunciato i voti perpetui lo scorso 8 dicembre nella basilica di San Savino. Il giorno dopo è partita subito, destinazione Solingen, dove, nella parrocchia cattolica italiana, si occuperà in modo particolare dei gruppi giovanili e dell’animazione del coro. Una nuova partenza, dopo quella - la più difficile - dalla sua casa in Albania per entrare come novizia nella Congregazione per l’accompagnamento dei migranti nata dal carisma del beato Scalabrini. “Ho risposto al piano di Dio e sono felice”, spiega Mira, a riprova che la chiamata ad essere suora era davvero la strada che il Signore ha pensato per lei. Nonostante le difficoltà, sul cammino, non siano mancate. L’incontro con le Scalabriniane è arrivato per Mira come un sorso d’acqua fresca in un Paese - ricorda - “assetato di Dio”. Nel 1990, il crollo del regime comunista di Hohxa aveva avuto come conseguenza anche la possibilità di tornare a vivere apertamente la propria fede. Le chiese erano state riaperte. “Il sacerdote della nostra parrocchia era molto malato e proprio per i suoi problemi di salute non era in grado di organizzare il catechismo. Furono le suore a cominciare ad animare la comunità”. Era il 1997. Ad attirare la giovane Mira è dapprima la curiosità. “Fino a quel momento avevo visto le suore solo alla tv, mi ricordo che erano le missionarie di madre Teresa”, la piccola grande donna albanese che già nel 1989 aveva potuto far ritorno in patria per visitare la tomba dei genitori. Era stata una visita carica di speranze per i cristiani albanesi, costretti alla clandestinità. “I miei genitori insegnavano a me e ai miei due fratelli le preghiere, ma a voce bassa”, spiega Mira, rievocando l’atmosfera di quei tempi di paura che però non hanno soffocato il desiderio di Dio. E difatti quel seme, coltivato nel silenzio, non ha tardato a fiorire nel cuore di Mira. “Le suore venivano a fare catechismo, all’inizio eravamo un piccolo gruppo di cinque giovani, poi poco a poco siamo cresciuti. L’esperienza, che avevo iniziato più che altro per desiderio di cose nuove, stava diventando interessante. Queste suore mi colpivano. Ho iniziato a conoscerle meglio, ad avvicinarmi al loro carisma”. Nell’Albania post comunista, il tracollo economico aveva costretto gran parte della popolazione ad emigrare. Ogni famiglia aveva almeno tre o quattro componenti - all’inizio soprattutto uomini - che erano partiti in cerca di un futuro migliore. Anche uno dei fratelli di Mira si era imbarcato per l’Italia. L’emigrazione, con tutte le sue ferite, si era incisa nella pelle di Mira. “Mi sono chiesta: perché non lavorare anch’io con i migranti? All’inizio però è stato molto difficile. Mio padre era malato, io sono partita appena tre mesi dopo la sua morte, lasciando mia mamma e mio fratello. Proprio in quel periodo l’altro fratello sarebbe venuto per prendere la moglie e il figlio e portarli in Italia con lui. Immagina il dolore di mia madre e degli altri che restavano”. Mira ricorda ancora quel giorno. “Eravamo un gruppo di sei ragazze. Le suore sarebbero venute a prenderci in macchina, ero l’ultima perchè abitavo sulla strada. Quando sono salita in auto, dopo un po’ non ce l’ho fatta e ho pianto. Il distacco è stato veramente duro, ma era tempo di fare quella scelta. E il Signore mi ha regalato la gioia e la serenità per percorrere il cammino”. Più di una volta, nel corso degli esercizi spirituali che hanno scandito il suo percorso vocazionale, suor Mira si è ritrovata a meditare il Magnificat, a rileggerlo attraverso le vicende della propria storia. “La gente mi chiedeva spesso: perché farti suora? Ma sei mai stata innamorata? Sì, rispondevo io, solo che il mio amore più grande l’ho trovato nel ragazzo crocifisso, l’unico che so che non mi tradirà mai. È una risposta che lascia sbalorditi, lo so, ma è così. Non è una scelta facile, ma è una possibile se il tuo desiderio è sincero. Io sono felice”. Il Magnificat che suor Mira canta in questo momento della sua vita ha i toni dell’accoglienza ricevuta dalla sua nuova comunità. “La stessa accoglienza che vorrei anch’io offrire alle persone che incontro. Sono qui non per testimoniare me stessa, ma il Vangelo, perchè il cuore dell’uomo diventi la culla in cui far spazio a Gesù Bambino”. Il “sì” detto da Mira si traduce in una lode che vorrebbe contagiare anche i giovani, che oggi hanno sempre più difficoltà a rispondere alla chiamata, alla vita religiosa, ma anche al matrimonio. “Vorrei ripetere loro le parole di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!». Quel che Dio dona, il mondo non potrà mai offrirlo. Lasciate spazio al Signore nel vostro cuore. Quando Dio chiama, lo fa perché desidera una risposta e la risposta è lui che ci aiuta a viverla, con i gesti e le azioni di ogni giorno”.
Le Mamme della Speranza
“I nostri figli ci hanno fatto incontrare”
Per molto tempo sono state, semplicemente, le “mamme delle torte”. Finchè il vicario generale mons. Lino Ferrari, che ha avuto l’occasione di conoscerle quando era parroco a Nostra Signora di Lourdes, ha suggerito: “Perché non chiamarvi le Mamme della Speranza?”. E così è stato. In quel sostantivo - speranza - c’è davvero il cuore dell’impegno che anima questo gruppo di genitori. Provati dal dolore più grande che un padre o una madre possano sperimentare - veder morire un figlio - hanno riversato il loro amore nei confronti di bambini che i genitori o li hanno persi o non sono nelle condizioni di poterli allevare per l’estrema povertà in cui versano: i piccoli etiopi delle missioni delle suore della Provvidenza per l’Infanzia Abbandonata fondate da mons. Torta. “Sono i nostri figli a guidarci in questo cammino, in cui la presenza dell’amore di Dio è fortissima e non ci abbandona mai”, racconta Angela Ghezzi, pioniera dell’avventura ormai ventennale delle Mamme della Speranza.
Quei soldi dentro un libro di Marco Quando Angela ha perso il figlio Marco nel 1990 per un incidente stradale le è crollato il mondo addosso. “Non mi interessava più niente, neanche il mio lavoro che pure mi piaceva tanto. Il mio istinto - ricorda, a proposito della gelateria che il marito gestiva al tempo insieme al figlio - sarebbe stato quello di dar fuoco a tutto”. Circa sei mesi dopo la morte di Marco, trova in casa, tra i suoi libri, una somma di denaro. “Marco aveva sempre desiderato un fratellino o una sorellina, ma non erano mai arrivati. Ho pensato subito che sarebbe stato felice se quei soldi fossero serviti per aiutare dei bambini. Mi sembrava di ricordare che le suore di mons. Torta si occupassero di orfani, così sono andata a bussare alla loro porta”. La delusione, però, è enorme, quando suor Fernanda le comunica che, a Piacenza, quell’opera è chiusa da tempo. “Stavo uscendo, triste, quando mi sono sentita chiamare. Era ancora la suora: «Noi qui di orfani non ne abbiamo, ma suor Luigia ne ha molti in Etiopia da aiutare». A quella notizia, mi venne spontaneamente da piangere. «Non piangere più - mi ha confortato invece suor Fernanda -, perché è tuo figlio che ti ha mandato qui»”. Allora Angela era una mamma sola che - apparentemente per caso - inizia a collaborare con le suore. “Il mio primo Natale dopo quell’incontro l’ho passato a confezionare pacchi con latte condensato, alimenti, Nutella, da mandare in Etiopia. Pensavo alla gioia che, la mattina di Natale, avrebbe illuminato il volto di quei bimbi, nel godere di cose che per noi sono scontate, ma per loro sono un grande dono”.
“Ma chi ci ce le compra?” La vicinanza con le suore, l’impegno per le missioni, aiuta Angela a fare i conti con la sua sofferenza, a non sentirsi schiacciata dal dolore. “Senza che io cercassi nessuno, sono cominciate ad arrivare altre mamme. Era come se i nostri figli, mossi da una mano più grande, ci volessero fare incontrare”. Dopo due anni di lavoro solitario, si costituisce il primo gruppo di genitori. Ad animarli, da subito, è una profonda amicizia. “Ogni settimana ci incontriamo dalle suore per una preghiera, per stare insieme, per condividere quanto viviamo”. Da lì a poco nasce anche la proposta di uscire allo scoperto. “I bisogni dei bambini sono tanti - sbotta un giorno una delle mamme - dobbiamo fare di più!”. Debuttano così con non poca trepidazione le “mamme delle torte”. “Eravamo col nostro banchetto fuori dalla chiesa di Nostra Signora di Lourdes, con 70 torte - ricorda Angela - e pensavamo: «Ma chi ce le compra tutte?». Invece l’accoglienza che abbiamo ricevuto è stata così calorosa che, all’ultima messa, non ne avevamo più nemmeno una da vendere!”. La storia delle Mamme della Speranza è costellata di questi piccoli aneddoti, nei quali Angela e le sua amiche percepiscono la Provvidenza all’opera. Le vendite di torte o di pane fatto in casa, le compagnie dialettali che si offrono di fare spettacoli gratis... in tanti si appassionano alla causa dei bimbi etiopi. “I 350 bambini di Hosanna che suor Luigia ci ha affidato sono diventati i bimbi di tutti i piacentini”, dice Angela. E dal progetto di sostenerne la crescita, assicurando pane e latte, si è passati oltre. Le suore oggi sono supportate anche nel programma di sostegno scolastico, nell’educazione sanitaria, nello scavo di un pozzo d’acqua.
Il nostro Magnificat Il “sì” di una mamma immersa nel dolore per la perdita del suo unico figlio, moltiplicato per tante mamme, sta dando frutti inattesi. E se ciò accade - Angela ne è certa - è perché si condivide un’amicizia fondata sulla roccia del Signore, tanto che nell’opera si lasciano contagiare anche persone che si professano lontane dalla fede. Sarà perché, testimonia Angela, c’è un cammino spirituale che la sofferenza inevitabilmente ti porta ad intraprendere. “Ho sempre avuto come punto fisso il fatto di pregare la Madonna per mio figlio - rammenta -. La fede era lì, però non la cercavo”. È stato quando, con la morte di Marco, sono crollate le altre certezze che la sofferenza, non rifiutata, ma vissuta a tu per tu con Dio, ha iniziato a risvegliare qualcosa nell’animo, a sgretolare la corazza, ad affinare la vista e il cuore. “Ogni volta che una madre stringe tra le braccia il suo bambino fa l’esperienza di cantare il Magnificat, come Maria. La grande sofferenza che come mamme abbiamo vissuto e viviamo è sostenuta dalla speranza, che diventa certezza, del fatto che la morte non è un distacco definitivo, ma un passaggio. I nostri figli sono presenti nel nostro cuore, li sappiamo vivi nella casa del Padre”.
“Tuo figlio dev’essere nel gruppo missionario” Le Mamme della Speranza vedono dai fatti e dagli incontri fatti in questi dieci anni che le strade che si sono aperte possono venire solo dal cielo. Come quella volta che, dalle missioni, era arrivata l’improvvisa richiesta di aiutare 160 bambini a frequentare la scuola. “L’impegno era di 3.200 euro. Una persona, pochi giorni prima, mi aveva detto: «Ho il desiderio di fare qualcosa per i tuoi bambini». Sai cosa mi aveva dato? 3.200 euro. Avevo la somma senza dover togliere contributi agli altri progetti”. La Provvidenza sta dando a piene mani anche in questi giorni. Domenica le Mamme della Speranza” sono state invitate a Gossolengo al mercatino di Natale. “Abbiamo accettato, ma non avevamo un granché da vendere. Succede che mi telefona una mamma e mi dice: «Una mia amica ha fatto dei piccoli ricami e vorrebbe regalarli alla nostra associazione». Come vedi, i motivi per cantare il Magnificat non ci mancano”. Un ultimo aneddoto. “Nel 2008 siamo andate ad un ritiro e abbiamo invitato una coppia che aveva da poco perso il figlio. Non erano convintissimi, ma hanno deciso di venire. Il risultato? Il papà, che è un appassionato di bocce, nel giro di quindici giorni ha organizzato un torneo a Gragnano che ha dato la possibilità di raccogliere 900 euro per i bimbi. «Si vede - gli ho detto - che anche tuo figlio è entrato a far parte del gruppo missionario»!”.
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