Catalogazione dei beni culturali: continua l’impegno della diocesi
Già catalogate 57mila schede su 80mila. Rapporto sugli argenti Gli arredi liturgici in metallo custoditi in Diocesi costituiscono solo un saggio di quello che era un patrimonio veramente cospicuo, la cui consistenza si intuisce scorrendo gli inventari storici delle chiese più prestigiose. Purtroppo, per le epoche antiche, sono rari gli esemplari la cui lettura non sia stata compromessa da rifacimenti, inoltre si tratta di pezzi diversi per tipologia e uso che non facilitano il discorso su data ed evoluzione morfologica. I primi arredi significativi datano fra Tre e Quattrocento, epoca per la quale si sono conservati alcuni reliquiari architettonici, pervenutici perché la funzione eletta di contenitore della sacra reliquia ne ha impedito la distruzione e l’impiego limitato a ricorrenze specifiche ne ha impedito usura e ricambio. Sono tutti a copertura conica e con teca ad edicola. Tra gli esempi più interessanti vi sono quelli in rame dorato esposti alla Mostra sul Gotico a Piacenza (1998) e conservati nel museo di San Colombano a Bobbio. Riferiti alla produzione tardogotica ligure, hanno piede polilobato, nodo a sfera, pinnacoli e guglie tipici dell’epoca (fig. 1). Purtroppo non conosciamo gli artefici di questi pezzi, ma sappiamo che Piacenza vanta una tradizione orafa che risale almeno al Trecento e che nel 1474 erano 68 gli iscritti alla Matricola degli Orefici. Al periodo fra Quattro e Cinquecento risalgono alcuni calici caratterizzati da base lobata, medaglioni incisi con figure sacre, nodo a castoni e coppa svasata, secondo l’uso dell’epoca. Per il XVI secolo tuttavia gli arredi rintracciati nel corso della catalogazione non sono tanti: se si eccettuano opere prestigiose, come il reliquiario a busto in argento e rame di San Colombano (1514-1515), dobbiamo giungere agli ultimi due decenni del secolo per reperire opere datate che forniscano indicazioni sulla suppellettile d’uso. A quell’epoca, in sintonia con le norme post-conciliari e con le esigenze di decoro cui le chiese erano tenute, si ha un ricambio, un aumento ed un evolversi formale nell’arredo liturgico. Rispecchiano l’avvenuta semplificazione di forme e stile, pissidi con ampia coppa e coperchio bombato incernierato, in cui il piede si è fatto circolare, il nodo ovoidale (fig. 2). Le decorazioni, meno esuberanti che in precedenza, sono a sottile incisione vegetale: è un tipo di ornato che ritroviamo negli ostensori ambrosiani diffusi nella nostra area, in concomitanza con gli usi lombardi. Si tratta di ostensori a tempietto per l’esposizione eucaristica, che nel Seicento verranno soppiantati anche a Piacenza da quelli a raggiera. Nel XVII secolo si moltiplicano le tipologie dei reliquiari: gli esemplari reperiti sono soprattutto lignei, ma si conservano anche rari manufatti in metallo, tra i quali alcuni a carattere antropomorfo, come i reliquiari a braccio. Particolarmente significativo è il reliquiario della Sacra Spina, documentato al 1641 e conservato in Sant’Antonino: si tratta, infatti, di uno dei pochi pezzi seicenteschi di cui conosciamo l’artefice, grazie agli studi di Stefano Migliorini. E’ documentato ad Angelo Caccialupi, scultore ed argentiere attivo in lavori non pervenuti per i Farnese e per chiese cittadine. Più numerosi, documentati o riferibili ad artefici locali sono gli argenti che datano fra la fine del XVII secolo e il primo Ottocento. I manufatti censiti confermano il prestigio raggiunto dalle botteghe urbane, già evidenziato negli studi sull’argenteria locale effettuati da Carla Longeri e dal Migliorini. Un artefice attivo fra Sei e Settecento, per il quale sono affiorate novità dalla catalogazione CEI, è Giovanni Savini. Sulla scorta del raffronto con esemplari noti della sua produzione, che attestano la propensione per l’ornato naturalistico, è possibile ascrivergli numerosi pezzi, fra cui un ostensorio del 1698 (fig. 3). Tra le opere già studiate del Savini spicca l’ostensorio a fusto figurato del 1697-1698, in cui l’argentiere cede al gusto scultoreo barocco dell’epoca. La stessa vocazione plastica qualifica la produzione del ben noto Giuseppe Doria, autore fra l’altro del magnifico reliquiario della croce per la Steccata di Parma (1713) e del reliquiario per la Cattedrale di Piacenza, eseguito nel 1743 (fig. 4). Ad un altro celebre piacentino, l’argentiere Angelo Spinazzi, attivo a Roma, si devono poi opere fastose come gli ostensori del Duomo (1746) e del Collegio Alberoni (1761-1762). Cherubini, racemi a sbalzo su fondo liscio, profili mistilinei caratterizzano i vasi sacri della prima metà del secolo (fig. 5), mentre la decorazione si affida a misurati motivi rocailles nel secondo Settecento, epoca in cui domina la scena la bottega dei Filiberti. I tanti argenti locali di Giuseppe e del figlio Angelo sono spesso individuabili grazie al doppio punzone, quello di bottega raffigurante un gallo e quello letterale con le iniziali di nome e cognome. Rispetto alla produzione paterna, legata al gusto settecentesco, quella di Angelo Filiberti, che fu console dell’università degli orefici, evolvono verso linee neoclassiche, improntate alla mera funzionalità (fig. 6). Sono opere che preludono al gusto del primo Ottocento, epoca in cui fu particolarmente attivo per il Duomo e le chiese del territorio, un argentiere eclettico come Gaetano Magrini.
Susanna Pighi Uff. Beni Culturali Ecclesiastici della diocesi di Piacenza-Bobbio, Settore Catalogazione
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