Il vescovo San Savino, fondatore della diocesi di Piacenza
Nella parrocchia di via Alberoni messa con mons. Ferrari domenica 13 dicembre L’11 dicembre si celebra la festa di San Savino. L’omonima parrocchia di via Alberoni, guidata da mons. Giampiero Franceschini, lo ricorda domenica 13 con una messa alle ore 11.15 presieduta dal vicario generale mons. Lino Ferrari; vi parteciperà la Protezione civile che lo rconosce suo patrono per il suo intervento miracoloso nel corso di un’inondazione del fiume Po. Sulla figura di San Savino interviene mons. Domenico Ponzini. L’11 dicembre la Chiesa piacentina celebra il giorno della sepoltura di S. Savino. Dovrebbe essere una giornata molto solenne, come lo è il giorno sette del medesimo mese la festa di S. Ambrogio a Milano. Invece la memoria di S. Savino è ormai ridotta ad una modestissima festa parrocchiale, celebrata nella Basilica a lui dedicata ed in poche altre chiese della diocesi: Codogno, in Val di Taro, Cogno San Savino, Fontana Pradosa, Rezzanello, Turro. In alcune chiese però si ricorda nel giorno 17 gennaio, assieme a S. Antonio Abate, ben più conosciuto e venerato. Ma quanti saranno a Piacenza e in diocesi a sapere chi era questo Santo? Penso che un’inchiesta, non dico fra i giovani, ben più interessati ad altro, ma anche fra gli adulti, darebbe dei risultati molto deludenti. A Milano tutti sanno chi era S. Ambrogio; a Lodi ugualmente è conosciuto San Bassiano; a Modena, S. Geminiano; a Bari, San Nicola; a Napoli, S. Gennaro; a Vercelli, S. Eusebio; S. Filastrio a Brescia. Savino fu loro coevo: vissero tra il III ed il IV secolo dell’era cristiana e, come loro, fu vescovo, il secondo presule di Piacenza di cui si conosca il nome, il primo di cui esista documentazione storica.
L’uomo Sabino o Savino era nato a Milano ed esistono buone ragioni per ritenerlo appartenente al clero della Metropoli lombarda, come si può arguire da vari documenti conciliari. Infatti come tale avrebbe partecipato al Sinodo romano “contra Aussentium” convocato da papa Damaso nel 372 e dal medesimo fu poi inviato ad Antiochia in qualità di paciere, come risulta da quattro lettere di S. Basilio, nella controversia episcopale fra Melezio e Paolino. Ammessa la partecipazione di Savino come diacono al Sinodo di Roma del 372 e l’ ambasciata ad Antiochia, risultano evidenti le sue attitudini di persona colta ed esperta in campo teologico, qualità che gli vennero riconosciute da Ambrogio nella sua Lettera XLVIII, in cui dimostrava l’intenzione di far esaminare i suoi scritti, all’amico piacentino prima di pubblicarli, per avere consigli. Alla preparazione teologica il vescovo univa una qualificata adesione all’ortodossia contro l’eresia ariana, condannata dal Concilio di Nicea, di cui fu strenuo difensore, come apparve nel concilio di Aquileia inaugurato il 3 Settembre dell’anno 381, ove furono gli ariani Secondiano e Palladio, vescovi di due diocesi poste in un angolo della Dacia. Savino vi ebbe una parte assai importante. Infatti prese la parola ben dodici volte, si dimostrò il più preparato ed il più eloquente dei vescovi presenti, superato solo da S. Ambrogio di Milano, che ne fu il grande animatore, e da Eusebio di Bologna, che parlò 19 volte. Animato da queste testimonianze padre Gianfelice Rossi, pensò di dimostrare la presenza di S. Savino di Piacenza tra i membri del Collegio dei Dottori raffigurati nel celebre mosaico del secolo XII nella Cappella Palatina di Palermo. L’affermazione non fu accettata né dagli studiosi piacentini né da altri ad alto livello come Fr. Halkin, di Analecta Bollandiana, il quale osservò come nel mosaico palatino si rappresenti un Dottore ma che non abbiamo alcuna prova che si tratti di S. Savino di Piacenza, è solo ipotizzabile che fosse quello di Canosa.
Il vescovo Fu a lungo vescovo di Piacenza (375-394 o 395?), ove lasciò un’impronta indelebile del suo zelo pastorale. Operò infatti, con grande preveggenza, sui medesimi capisaldi indicati dalla “Lumen Gentium” (cioè dalla Costituzione sulla Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II, n. 16): la «diaconia», cioè servizio della liturgia, della predicazione del Vangelo e della carità. Fu zelante evangelizzatore della nostra terra piacentina. La sua opera e quella dei missionari da lui inviati si svolse, dopo la riesumazione da lui voluta delle reliquie del protomartire S. Antonino, e portò il Vangelo nella campagna ancora in massima parte pagana. La sua strategia di azione si rivolse ai due municipi romani di Piacenza e di Veleia, che rimasero religiosamente uniti, anche dopo i frazionamenti politici dei secoli seguenti. A lui, come ad Ambrogio a Milano, si deve il “Rito Piacentino”, una Liturgia che si distingueva con alcune varianti, anche significative da quello romano, specialmente nell’amministrazione dei Sacramenti e che rimase in uso fino al Concilio di Trento. Il nostro storico Campi gli attribuì anche la medesima genialità di Ambrogio nell’istruire il popolo sia nella fede che nella preghiera attraverso il canto liturgico. Monumento tardivo ma di sommo interesse, dell’opera liturgica di Savino è il “Libro del Maestro”, il Codice conosciuto in tutto il mondo sotto il titolo di “Piacenza 65, elemento di riferimento per gli studiosi non solo di liturgia ma di altre svariate discipline. A lui, o comunque al suo tempo, risalgono le fondazioni di chiese dedicate a S. Antonino in luoghi prestigiosi come a Veleia e Travo, ma anche il altri allora su assi viari importanti, Albarola, Bedonia, Castell’arquato, Corano, Montalto Pavese, Ronco, Selva di Groppallo, Vianino. Quanto ad un distinto esercizio della carità è necessario notare che dovette essere molto generoso, tanto da impressionare l’opinione pubblica che la dovette tramandare a lungo. Infatti, la fama di Sabino giunse fino a papa Gregorio Magno, per sua ammissione attraverso la testimonianza di un certo Giovanni, piacentino, governatore di Roma, e di Venanzio vescovo di Luni, e fu dal pontefice immortalata nei suoi Dialogi, scritti nel 593-594, durante l’assedio di Roma da parte dei Longobardi. Si tratta del miracolo del fiume Po, che aveva esondato sulle terre della Chiesa, coltivate per sovvenire i poveri: si sarebbe ritirato per un ordine perentorio del Santo. L’episodio sarebbe ancora stato vivo nella memoria del popolo a oltre 200 anni di distanza. Il miracolo comunque è stato oggetto di varie ipotesi da parte di illustri studiosi, quali Gian Carlo Picard de l’Ècole Française de Rome, che ritenne l’episodio riferito a un Savino o Sabino II più recente, e lo storico emiliano Giovanni Lucchesi, il cui del parere è che non ci si deve stupire se «Personalità eminenti come […] Sabino di Piacenza dovettero restare a lungo nel ricordo del popolo». Ci sarebbe invece veramente da stupirci oggi, nel tempo della grande diffusione della cultura attraverso i mass media, se i cattolici piacentini non conoscessero la storia delle proprie origini. Per questo è in corso di pubblicazione la ponderosa “Storia della diocesi di Piacenza”, che dovrebbe entrare, se non in ogni casa, almeno in ogni parrocchia, specialmente in quelle ove esistono circoli culturali. Sarebbe anche necessaria una mobilitazione per rendere il ricordo del fondatore della nostra diocesi più sentito sia in città che a diocesi. Viviamo fiduciosi nella rinascita di un rinnovato interesse, anche in campo ecclesiale, sulle nostre origini. San Savino comunque dovrebbe essere meglio conosciuto, non per nostalgici ripiegamenti sul passato, ma per l’attualità del suo progetto pastorale.
Domenico Ponzini
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