I risvolti del cammino di integrazioneIl caso Svizzera e il no ai minaretiSe sei contro i minareti, sei un razzista e un intollerante. La semplificazione - dopo il caso del referendum svizzero che ha detto no alle torri simbolo dell’islam - è eccessiva. Occorre capire i diversi aspetti del problema, che supera i confini del singolo Stato. Prima di tutto era “eccessivo” il referendum stesso che ha sottoposto a voto popolare una questione legata alla religione. Forse serviva discutere di più nelle sedi istituzionali. Poi è eccessiva la semplificazione che si fa del problema in Italia a causa della strumentalizzazione politica da parte dei diversi schieramenti.Il referendum non ha detto no, come molti invece lasciano intendere, alle moschee e ai luoghi di culto. Forse a chi lo ha bocciato non andava di essere svegliato alle prime luci dell’alba dal muezzin che invita i fedeli islamici alla preghiera. Il minareto ha più o meno la funzione del nostro campanile. Non a caso molti campanili in città stanno in silenzio negli orari in cui potrebbero disturbare la gente. L’allarme lanciato dai vescovi svizzeri e da diversi politici fa pensare: mostrarci intransigenti e non accoglienti ha come conseguenza il consegnare gli islamici nei Paesi occidentali alla frange estremiste. D’altra parte, non va dimenticato che l’islam è, per definizione, una galassia frastagliata e che trovare un accordo con il mondo musulmano a partire da regole precise è difficile: non c’è un unico capo religioso riconosciuto, quindi manca un interlocutore accettato da tutti gli islamici. Poi c’è l’argomento reciprocità, che è un grosso scoglio: che ne è della libertà alle altri religioni nei Paesi a maggioranza islamica? Sono ancora tante, purtroppo, le vittime della violenza di matrice religiosa in quegli Stati. Nei giorni scorsi, mentre in redazione stavamo ultimando l’impaginazione della rivista di un movimento ecclesiale, ci è stato chiesto di pubblicare l’orario e il luogo di incontro di un gruppo di cristiani a Istanbul. Gli stessi ci hanno poi ricontattato e invitato a lasciar perdere: troppo rischioso. E siamo in Turchia! Da ultimo, l’argomento politico. Fra non molti anni gli islamici che diventaranno cittadini italiani potranno costituirsi in partito e, in base alle nostre leggi democratiche, essere eletti in Parlamento. Per l’islam, religione e politica coincidono. Viene perciò da chiedersi: quali saranno gli obiettivi e i programmi di questo possibile futuro partito? Nessuno nega l’esigenza di integrazione. Sarebbe folle. La realtà italiana è quella di un Paese multicolore. L’integrazione esige conoscenza, dialogo, consapevolezza delle proprie radici (che non vuol dire brandire il crocifisso come fosse una spada, ma nemmeno metterlo nel cassetto per timore di “dar fastidio”).Serve un cammino comune e questo richiede tempo e passi non affrettati. Lo ha ricordato anche il presidente della Cei Bagnasco: è necessario “percorrere cammini di pace concreti e non solamente dichiarati, ma operati sia nelle istituzioni internazionali sia a livelli ordinari e quotidiani”. Davide Maloberti
|



