Lunedì 06 Settembre 2010
 

La caduta dei titani

La chiusura di alcuni stabilimenti gestiti da multinazionali sul territorio ha provocato centinaia di licenziamenti. Lo sfogo dei padri di famiglia costretti a ricominciare a 50 anni

Cassintegrazione alle stelle e cronaca di una crisi annunciata che non ha risparmiato neppure le grandi realtà produttive del territorio piacentino e delle immediate vicinanze. A chiudere, infatti, non sono solo le piccole imprese - ben un milione sarebbero a rischio in Italia secondo i dati forniti da Confindustria - ma anche i siti di quelle multinazionali che sembrava avrebbero retto il colpo di fronte allo spettro della recessione globale.
La dura  legge dei numeri e della produzione ridotta, passata dalle 30mila tonnellate del 2000 alle 7mila del 2009, ha convinto i vertici dell’Akzo Nobel di Fombio (Lodi) a fare i bagagli, sembra per la Turchia, licenziando così i suoi 185 dipendenti, ignari di quanto stava accadendo.
In cinque, tra delegati dell’Rsu della Cisl e della Cigil e quelli della Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici, hanno portato avanti, per alcuni giorni, lo sciopero della fame per richiamare l’attenzione dei dirigenti e avviare un tavolo di confronto che è ancora in corso. Pino Dosi, Gianmario Pedrinazzi, membri della rappresentanza sindacale della fabbrica, e i tre segretari provinciali di categoria Francesco Cisarri della Cgil, Giampiero Bernizzani della Cisl e Francesco Montinaro della Uil, dopo aver ricevuto il Prefetto di Lodi, che ha indetto l’unità di crisi, e la parlamentare del Pd Rosy Bindi, sono intenzionati ad andare fino in fondo.
“L’obiettivo è salvare il posto di lavoro e mantenere un’attività importante nella Bassa”, dicono.

L’Akzo Nobel e le altre

La svedese Akzo Nobel è tra le prime nel mondo nel settore delle vernici e interromperà definitivamente l’attività a Fombio il 30 giugno 2010. Ma il suo non è un caso isolato.
La Nilfisk Advance di Guardamiglio, che fa parte del colosso danese, leader nella produzione di macchine per la pulizia, ha annunciato l’avvio per dicembre della cassaintegrazione straordinaria di un anno per una novantina di dipendenti e il trasferimento del reparto di macchina per pavimenti in Ungheria. La lista nera è lunga: dallo stabilimento chimico Lever di Casale, che ha “sacrificato” 170 dipendenti, alla Hermann caldaie di Pontenure alle prese con 27 procedure di mobilità. Anche qui alla base della riorganizzazione interna c’è la decisione del gruppo Vaillant, multinazionale tedesca, che ha imposto a tutte le sue società, compresa la Hermann, interventi di ristrutturazione finalizzati alla riduzione dei costi.
In questi mesi molto difficili il calo del mercato nazionale ed europeo è stato del 20 - 25%, mentre quello dell’Europa orientale, in particolare di Romania e Ucraina, è stato molto più accentuato, attorno al 60 - 70% dei volumi abituali.
Essere licenziati in nome dei profitti è un magone che non è andato giù facilmente ai dipendenti dell’Akzo Nobel che hanno scoperto le intenzioni dei vertici leggendo erroneamente un comunicato  sulla posta elettronica che, in un batter d’occhio, ha fatto il giro della fabbrica.

“Riciclarsi” a 50 anni

“Sarà difficile trovare un altro posto da responsabile di un laboratorio analisi alla mia età”. A parlare è Marco Bellazzini, da 28 anni nell’azienda di Fombio. Marco, che è sposato e ha tre figli piccoli, vede il suo futuro dopo il 30 giugno con un punto interrogativo. “Il mercato a 50 anni non ti vuole - afferma scoraggiato -. A questo punto - aggiunge - per lavorare sono pronto ad accettare un incarico inferiore alla professionalità acquisita”.
Molti lavoratori contestano alcune scelte fatte in passato dalla dirigenza come il trasferimento del reparto resine all’estero e la drastica riduzione, avvenuta nel 2002, dei dipendenti che avrebbe inevitabilmente fatto lievitare i costi fissi spalmati su una produzione dimezzata.
Non si dà pace neppure il caporeparto vernici. Sandro Gambolò, 42 anni, è uno dei 20 piacentini licenziati che tutti i giorni fa la spola nel lodigiano.  “Ho tre figli di 11, 12  e 15 anni e il mutuo della casa da pagare, mi sento umiliato”, confessa. Giuseppe Ciossani, delegato Rsu Cgil, ha 46 anni e, se lo sciopero della fame dei giorni scorsi non sortirà gli effetti sperati, è disposto a trovare un impiego anche da turnista. “La mia indignazione – spiega – è che l’azienda ha sempre negato la situazione in questi due anni. Quando ci è stata confermata la chiusura ho visto colleghi piangere”.
Pino Dosi della Cisl racconta che qualche operaio sta meditando di trasferirsi in uno dei siti all’estero, come proposto dall’azienda. “Si tratta di circa 30 posti disponibili tra Cavenago d’Adda, Como, Dormelletto, Assago, e 15 tra Dubai, Repubblica Ceca e Russia, ma – domanda - gli altri 140 dipendenti licenziati che faranno dopo la mobilità di un anno con 800 euro mensili?”

La questione del posto fisso

“Purtroppo per molti il posto fisso è a casa”, ha affermato con tagliente realismo l’ex segretario generale della Cisl Pierre Carniti, che ha comunque condiviso la difesa del contratto a tempo indeterminato espressa dal ministro Tremonti. Le parole del ministro delle finanze sul valore di un’occupazione stabile come base per la costruzione di un sereno ordine sociale sono state subito sottoposte al vaglio dei politologi, decisi a scovare tra le righe “il vero senso” dell’intervento. Si è invece detto poco su altri aspetti: il senso autentico del lavoro e il suo rapporto con tutte le altre dimensioni che assieme concorrono a costruire il progetto di vita di una persona e di un’intera società.
Nell’enciclica “Caritas in Veritate” il Papa ci ricorda che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integrità”. è la stessa scienza economica - sottolinea Benedetto XVI - che mette in luce come l’insicurezza non faccia bene né alle persone né al Pil, come i costi umani sono anche costi economici e come l’abbassamento di tutela dei diritti dei lavoratori impedisce l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata”.
“Un tempo, i privilegiati erano quelli che potevano permettersi di non lavorare, oggi i privilegiati sono quelli che possono permettersi di trovare un lavoro”, ha detto Sergio Belardinelli, ordinario di sociologia all’università di Bologna, in occasione del convegno nazionale dei direttori degli uffici di pastorale sociale, organizzato ad Assisi dalla Cei. Dal lavoro esaltato come essenza dell’umano al lavoro come privilegio di pochi. Il relatore ha sintetizzato in questi termini il passaggio dell’epoca moderna all’epoca postmoderna, affermando che oggi ci troviamo di fronte ad un’alternativa secca: accentuare ancor di più l’estraniazione tra uomo e lavoro oppure cercare di rimettere la persona umana al centro del mondo produttivo.
Intanto, scrutando i numeri che riguardano Piacenza e provincia, su 25mila avviamenti al lavoro solo 5.400 possono considerarsi un “posto fisso”, mentre le liste di mobilità contano oltre 2000 nomi. Solo dai numeri si deve tornare a riflettere per disegnare una società più giusta.
Sara Vigorita