Testamento biologico: il registro passa in Comune
Mentre i cattolici del centrosinistra si dividono tra sì e astensione, l’Idv porta la mozione in Consiglio provinciale. Ma Bologna già ammette: non si può fare
Dopo l’ok incassato in Consiglio comunale venerdì scorso, l’Italia dei Valori porta la mozione sull’istituzione di un Registro dei testamenti biologici in Provincia. La proposta - in calendario da un paio di settimane, ma la cui discussione è stata rinviata a causa del protrarsi del confronto su altri temi - viene presentata nel pomeriggio di venerdì 30 ottobre dal consigliere provinciale dell’Idv Samuele Raggi. A Palazzo Mercanti, la battaglia che il partito di Di Pietro sta portando avanti in vari Comuni italiani - intrecciandosi all’iniziativa dei Radicali dell’Associazione Luca Coscioni e dell’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) - aveva invece trovato voce attraverso il consigliere del Gruppo Misto Bruno Galvani.
Il testo della mozione Il testo della mozione all’esame del Consiglio provinciale è identico a quello passato in Comune. Si apre con alcune premesse e presenta una lunga lista di considerazioni che mettono insieme sentenze giuridiche, citazioni della Carta costituzionale e osservazioni che traducono la posizione del partito sull’argomento (il testo è on line sul sito www.emiliaromagna.antoniodipietro.it). Il primo punto messo a premessa chiarisce che si affronta - citiamo - “il problema di evitare l’accanimento mediante l’interruzione dei trattamenti sanitari”, ma subito ci si indirizza a considerare nell’alveo di tali trattamenti anche l’alimentazione e l’idratazione. Nella parte delle considerazioni, si accenna al dibattito in corso in Parlamento, denunciando che “l’inesistenza di una specifica normativa sul testamento biologico determina il rischio che alla persona venga negato il rispetto della propria volontà quando essa non è più in grado di esercitarla, ancorché il medico sia tenuto dal proprio Codice deontologico a prendere in considerazione volontà precedentemente espresse”. Al punto immediatamente successivo, si ribadisce come “la mancanza di una specifica previsione normativa espone la persona non più in grado di assumere personalmente decisioni che la riguardano ad un accanimento terapeutico, a volte dettato da preoccupazioni difensive del medico, a volte da un eccesso di pietà dei familiari, contro la propria volontà”. Il medico insomma è tratteggiato come il padre-padrone del paziente, addirittura dimentico del suo Codice, che - è bene ricordarlo - lo impegna a richiedere il “consenso informato”, oltre che a considerare le preferenze anteriormente espresse dal paziente in merito alle cure cui sottoporlo in caso di perdita della coscienza. Un quadro a dir poco pessimista sull’alleanza terapeutica medico-paziente (per non parlare del rapporto di fiducia con i familiari).
La richiesta di un Registro La mozione prosegue ricordando che “è già oggi possibile, come sancito dalla Cassazione, predisporre il proprio testamento biologico, formando un atto che certifichi il desiderio di chi lo sottoscrive di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione sul trattamento sanitario di fine vita e con il quale sia possibile indicare quali terapie intende accettare nell’eventualità in cui si dovesse trovare nell’incapacità di esprimere il proprio consenso informato”. Segue la proposta di istituire, presso gli uffici dei Comuni, un Registro “idoneo a raccogliere, su base volontaria, le dichiarazioni dei cittadini che vogliono esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione sul trattamento sanitario di fine vita, come testimonianza certa e depositata della volontà della persona, anche se - si chiarisce in conclusione - per la loro effettiva efficacia dovranno concorrere altri fattori”.
Le posizioni in Comune Il sì alla mozione in Comune è arrivato compatto dai seggi del Partito Democratico. Dei sette consiglieri della civica “Per Piacenza con Reggi” hanno scelto l’astensione - anziché il sì dei colleghi di lista - Marco Marippi, Lucia Rocchi e Marco Fumi. A favore anche Pallavicini di Rifondazione, Mazza del Gruppo Misto, D’Amo di Città Comune (anche se con riserve rispetto alla scelta di affidare all’Anagrafe una dichiarazione così delicata). Nel centrodestra, contrario il Pdl, astenuta Piacenza Libera. Perché questa fuga in avanti? “Primo: contesto la scelta di ridurre ad asettica burocrazia un discorso così importante come la conclusione della vita. Secondo: pur rispettando quelli che non hanno una visione cristiana, mi chiedo come si possa inventare adesso un Registro, quando la normativa nazionale non si è ancora espressa. Perché dobbiamo fare fughe in avanti?”. È doppia la motivazione che Lucia Rocchi porta rispetto alla sua scelta di non partecipare al voto sulla mozione dell’Idv. “La vita va vissuta in pienezza, dall’inzio alla fine, come dono di Dio, vedendo la morte come parte della vita”, spiega, ribadendo quanto espresso pubblicamente anche in Consiglio. In quell’occasione, ha citato la riflessione dello storico delle religioni Julien Ries, nel suo saggio “Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri”. “Un tempo la morte era vissuta con serenità, si moriva circondati dai propri cari - riflette la Rocchi -. Oggi la morte è diventata un tabù: non se ne può parlare, bisogna essere tutti belli, sani, stare tutti bene. Questo non è cristiano”. “Come, a mio avviso, non è cristiano volere a tutti i costi aumentare di un giorno, di dieci giorni, di un mese, la vita attaccando le persone a delle macchine quando non c’è possibilità di risolvere un problema di salute - aggiunge la consigliera, impegnata a livello diocesano nel SAE, il Segretariato Attività Ecumeniche -. Prendiamo la vita e la morte come un tempo che il Signore ci ha dato”. Perché allora non votare no, invece di astenersi? “L’astensione non è una via di fuga, ma il frutto di una scelta ponderata - chiarisce la Rocchi -. Come scrivo un testamento per dichiarare a chi lascio i miei beni, voglio poter dire, ma alle persone che mi vogliono bene, non ad un registro, che mi lascino morire in pace, senza accanimenti terapeutici. L’astensione mette insieme la posizione favorevole allo strumento del testamento biologico con l’opposizione al Registro”.
I cattolici del Pd Pierangelo Romersi, capogruppo del Pd in Consiglio comunale, e responsabile provinciale del Movimento dei Focolari, è tra i cattolici del centro sinistra che ha votato sì alla mozione. Nessun conflitto di coscienza? “No, ma sicuramente riflessione, approfondimento e confronto all’interno del gruppo della maggioranza”, ribatte. Tre, spiega, gli elementi che hanno portato anche l’anima cattolica a dare il proprio assenso. “Intanto si tratta di una mozione, il Registro non è istituito automaticamente né ci sono scadenze per la sua istituzione - premette -. Poi c’è il carattere volontario dello strumento, si lascia cioé la libertà di utilizzarlo o meno. Infine, l’Amministrazione ci ha assicurato che non istituirà il Registro prima dell’approvazione della legge nazionale, cui spetterà di fare chiarezza sui contenuti. Infatti, anche se qualche consigliere nei propri interventi è entrato nel merito delle questioni del fine vita, in realtà la mozione resta puramente la proposta di uno strumento e lascerà al legislatore nazionale dire come utilizzare questi testamenti e quale ruolo avranno i Comuni”. “Abbiamo avuto rassicurazione dall’Amministrazione che non farà forzature rispetto alla legislazione nazionale - ribadisce -. Al momento, dunque, non c’era una motivazione sufficiente a dare voto contrario a quella che è soltanto una ipotesi futura di costituzione del Registro”. Ma non si finisce così col banalizzare un aspetto complesso come l’acquisizione del consenso alle cure mediche? E come la mettiamo con quelle premesse e considerazioni della mozione dell’Idv, che, in filigrana, evidenziano la propensione di inserire tra i trattamenti cui si ha il diritto di riunciare anche alimentazione ed idratazione? “Il rischio di banalizzare non sta nello strumento in sé. C’è più rischio di banalizzare quando si trattano questi temi in un’aula consigliare”, commenta Romersi, che ammette come, in alcuni Consigli comunali, la mozione dell’Idv sia stata presentata per spingere il legislatore verso determinate posizioni. “Non essendo però idratazione e nutrizione l’oggetto della mozione discussa venerdì, ma solo lo strumento, non c’erano motivi evidenti per opporci”, conclude il capogruppo del Pd in Comune.
“Solo tempo perso” Lascia fuori le considerazioni etiche e va al pratico Marco Marippi di “Per Piacenza con Reggi”. “Mancando la normativa nazionale, qualsiasi albo istituito presso i Comuni è inefficace in partenza. Che senso ha parlare del contenitore prima che del contenuto?”, si chiede il consigliere, che, prima di impegnarsi in politica, è stato segretario della Pastorale giovanile diocesana. “Ritengo inoltre - sottolinea - che, se guardiamo ai problemi del Comune di Piacenza, il Registro non abbia nemmeno quel carattere di priorità che questo dibattito ha voluto scatenare”. A Bologna, dove un’analoga mozione è stata approvata nelle scorse settimane dalla Rete Laica (una cordata di realtà in cui ritroviamo Radicali e Uaar), i nodi stanno venendo al pettine. Il Registro dei testamenti biologici - ha chiarito la Segreteria generale del Municipio del capoluogo, interpellata per un parere giuridico - non può essere depositato all’Anagrafe. Il Comune ha sì la facoltà di istituire un elenco di avvenuta redazione di testamento biologico, ma non di prenderne in consegna una copia. In pratica, la dichiarazione di volontà deve essere espressa davanti ad un notaio (come già è possibile fare) e conservata o dall’interessato o da un suo fiduciario. L’eventuale acquisizione della copia della dichiarazione da parte del Comune sarebbe possibile soltanto dopo l’autorizzazione del Garante della privacy, visto che si tratta di conservare “dati sensibili” (così la legge 675 del 1996 definisce gli elementi relativi allo stato di salute, alle convinzioni religiose, alle idee politiche, all’orientamento sessuale delle persone). “Cade quindi anche la motivazione di coloro che, con l’istituzione di un Registro in Comune, intendevano sanare un’ingiustizia economica, andando incontro alle persone che non possono permettersi di andare dal notaio”, sottolinea Marippi. I colleghi del centrosinistra sostengono che, intanto, in attesa della legge, almeno si creano le condizioni per lo strumento. “Quando ci sarà la legge nazionale, potrò entrare nel merito e decidere - ribatte il consigliere della lista civica -. Ma in assenza di una legge, pensare a priori ad uno strumento è inutile. Abbiamo perso tempo per niente”.
Barbara Sartori
Una mossa azzardata. Ma la legge tarda ad arrivare in Parlamento
Una mossa azzardata, quella di approvare un Registro in assenza di normativa nazionale. Ma quanto bisognerà ancora attendere per una legge che, promessa da mesi (il testo è stato approvato in Senato a marzo, quindi è passato alla Commissione Affari sociali della Camera) verrà discussa in Aula solo a dicembre? Livello locale e nazionale si intrecciano nella riflessione del dottor Pier Giorgio Poisetti del Gruppo di appoggio locale a “Scienza&Vita”. “Pur essendoci state innumerevoli promesse di concludere entro l’estate tutta la materia, il Parlamento non si è ancora pronunciato. Il legislatore, anziché annunciare buttando fumo negli occhi, dovrebbe intervenire, poiché ormai i temi biopolitici affiorano in modo incalzante e intrecciano la vita quotidiana di ogni cittadino. I legislatori, ossia il Parlamento, e non i Consigli comunali, devono intervenire sul testamento biologico”. Su una questione almeno si è arrivati, all’unanimità, al traguardo: il testo sulle cure palliative e la rete nazionale degli hospice, di cui - evidenzia però il medico - “siamo in attesa dei regolamenti e degli effettivi investimenti, senza i quali... non si può fare nulla!”.
IL RISCHIO DI STRUMENTALIZZAZIONI A SCOPO ELETTORALE. “La legge - fa presente il dottor Poisetti - potrebbe solo obbligare il medico a prendere in considerazione le dichirazioni anticipate - nel caso in cui fossero state redatte, perché solo il 10-15% dei cittadini, nella migliore delle ipotesi, le utilizzerà - escludendone espressamente il carattere vincolante. Potrà però imporgli, sia che le attui sia che non le attui, di esplicitare formalmente e adeguatamente le ragioni della sua decisione nella cartella clinica in ospedale o nel diario di cura presso il domicilio del malato. Questo punto già lo aveva chiarito e auspicato il Comitato di bioetica nazionale nel 2003 in modo pregnante ed autorevole. Ma - è l’amaro commento di Poisetti - i politici non studiano i problemi e si documentano poco, pensando solo alle successive elezioni, dove non bisogna mai perdere voti...”. Nelle dichiarazioni anticipate si dovrà inoltre poter eventualmente indicare uno o più soggetti fiduciari da coinvolgere obbligatoriamente, da parte dei medici, nei processi decisionali a carico dei pazienti divenuti incapaci di intendere e di volere. “E poi è chiaro - conclude Poisetti - che il legislatore, e non un consigliere comunale a scopo di visibilità politica di parte, deve prevedere che, ove le dichiarazioni anticipate contenessero informazioni ‘sensibili’ sul piano della privacy, la legge imponga apposite procedure per la loro conservazione e consultazione. Ma l’agenda politico-legislativa è in continuo stravolgimento e le strumentalizzazioni localistiche si sprecano all’infinito”.
UNO STRUMENTO DI VALENZA GIURIDICA INCERTA. Attende i dettagli sul regolamento d’istituzione del Registro, ma esprime perplessità l’avvocato Livio Podrecca, presidente della sezione piacentina dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani. “L’iniziativa del Comune, in assenza di un quadro normativo nazionale sulla disciplina delle dichiarazioni anticipate di trattamento - osserva - non può cambiare l’attuale assetto, in gran parte delegato alla interpretazione dei giudici, di una materia che ha aspetti molto delicati e complessi, ad esempio il consenso informato in materia sanitaria, i concetti di cura e accanimento terapeutico, la disponibilità del bene vita e l’ammissibilità della delega in materia di cure salva vita. Essa rischia, inoltre, di stimolare il ricorso ad uno strumento di valenza giuridica incerta, creando nei cittadini aspettative di diritti o prerogative che potrebbero non essere riconosciute dalla legge nazionale, oltre che l’aumento di una burocrazia inutile e costosa”. “Al di là delle ragioni addotte, a mio avviso fragili, l’istituzione del registro dei testamenti biologici in assenza di una normativa statale sembra invece avere una forte connotazione ideologico-politica, che ancora una volta punta a forzare ed aggredire un punto eticamente sensibile, legato al bene vita”, commenta il giurista. “Se così non fosse - si chiede l’avvocato Podrecca - perché non si è sentita l'esigenza di istituire anche un registro dei testamenti classici, cioè di quelli di disposizione delle proprie sostanze post-mortem? E perché, con l'istituzione del registro, si vuole dare un rilievo pubblico ad atti normalmente destinati ad operare nel ristretto ambito famigliare e tutt’al più ad essere depositati presso uno studio notarile? Sono domande che dovrebbero farci riflettere”.
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