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corradiniMadre Maria Emmanuel Corradini, abbadessa benedettina del monastero di San Raimondo di Piacenza, è intervenuta al Quaresimale in Cattedrale a Piacenza. "La santità: arrendersi a Dio» il tema. Riportiamo le sue parole.

Fratelli, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà. Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma, come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta. Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono Santo. (1Pt 1,13-16)

La santità è di coloro che passano dalla disobbedienza del peccato all’obbedienza dell’amore.
E perché la santità è arrendersi a Dio?

Perché è passare dalla resistenza dell’IO, alla resa all’amore di Dio.
LA SANTITA’ è di coloro che lasciano passare la vita di Dio dentro alla propria vita. UNA VITA TRASFIGURATA DALL’AMORE.
Infatti nessuno nasce santo, ma la Grazia operando in un cuore docile lo trasforma ad immagine di Dio. E il cammino da intraprendere, è il cammino della vita che da figli disobbedienti, a causa del peccato, ci plasma sempre più come il Figlio obbediente.

Quando inizia il cammino? Inizia con la vita.
Vivere è un cammino, e pretendere di accedervi per una porta larga, facile, è un’illusione.
La porta, la via, la nostra uscita dal grembo materno per iniziare il cammino della vita umana è stato difficile, per alcuni traumatico fin dall’inizio. Si cerca di attenuare ora tutto questo, ma il rumore, la luce, le voci, il “freddo” che si percepisce uscendo dall’utero materno fanno sì che si emette un grido.. si nasce piangendo.. gridando..
E anche l’anima deve iniziare un cammino, attraversando la porta che si apre con il Battesimo, che ci permette di passare dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal servilismo alla figliolanza.

Attraversare la porta che si apre sulla vita, sulla vita in Cristo e per Cristo è un cammino quotidiano, una responsabilità da rinnovare tutti i giorni.
Se vogliamo vivere veramente, e non sopravvivere, se vogliamo veramente andare verso la vita, Gesù ci chiede di sceglierlo. La vita non va da sé.

Vivere veramente non è un meccanismo automatico, istintivo.
E’ decidersi di nascere dall’alto, della croce, cioè dall’amore di Dio.
È quello che Gesù disse a Nicodemo: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. ...
Nascere dall’alto, nascere da Dio: è questa la nuova nascita, la vita nuova, che Cristo ci propone e ci domanda di scegliere. La nascita è sempre la nascita di un cuore.
E quindi nascere alla vita cristiana e sentire il battito del cuore di Dio in me.

Come scrive Massimo Recalcati:
Anche Dio ha un cuore.

La vita di Gesù, come la nostra, è dipesa dalla scossa insistente del battito del suo cuore....
Chi è innamorato, gioca sempre tutto il proprio cuore.
E l’innamorato per eccellenza è Gesù. Il suo cuore non si è mai risparmiato. Sin da quando appare a Betlemme, il suo cuore è un cuore aperto, un cuore sacro. Anche la sua parola saprà essere piena di cuore. Parola che, di conseguenza, come spiegano bene i padri della Chiesa, non si può intendere se non attraverso il cuore.
Gesù è il figlio che ha un cuore sacro perché il suo cuore trabocca di vita. È il mistero della nascita che ogni volta ci sorprende: se Dio ha un cuore è perché ogni nascita – ogni vita - coincide con l’avventura del cuore, è perché senza cuore la vita è morta.

Capiamo allora che la porta della vita è l’incontro con Gesù Cristo, o meglio è l’incontro con la porta aperta del Suo cuore squarciato per amore che mi immette nella vita divina, nella comunione con il Padre e lo Spirito Santo.
Dove è stato aperto questo cuore? Sulla croce...e perché?
... sulla croce, l’uomo ha aperto il Cuore di Dio, per conoscere i suoi “pensieri”.
Dio ha voluto e desidera renderci partecipi dei suoi pensieri. .di ciò che gli sta a cuore.

Lo dice bene il Cardinale Stefan Wyszynski:
La cosa più sconosciuta per l’uomo: il cuore. Così bello, che Dio lo cerca. Così potente, che può resistere all’amore dell’Onnipotente. Così fragile, che più di una debolezza lo piega. Così pazzo, che può distruggere tutta la felicità e ogni ordine. Così fedele, che non riesce a scoraggiarlo neppure una perfida infedeltà. Così ingenuo, che si lascia prendere dalla dolcezza. Così grande, che porta in sé tutte le contraddizioni. E questo, quasi, in ogni uomo, e questo, quasi, in un batter d’occhio... Ma l’uomo è cento volte più eccezionale, perché riesce a guidarlo.
E Dio? Solo Lui conosce le strade per arrivare al cuore più nascosto. E per questo sulla croce, l’uomo ha aperto il Cuore di Dio, per conoscere i suoi “pensieri” (Stefan Wyszynski, "Appunti dalla prigione", CSEO, Bologna, 1983).

Ma a noi, interessa entrare in questa intimità con Dio che è la strada verso la santità?
Cioè passare dall’io al TU?

I santi, sono fratelli, sorelle, uomini, donne, che non solo interessa stare con Dio, ma lo sentono necessario per la loro vita. Pregare, rimanere in silenzio alla sua presenza e sentirne il calore, il battito del cuore come Giovanni. E’ l’esperienza mistica che noi crediamo accessibile solo ai santi ai mistici.. invece è esperienza per tutti.

Sentite come si rivolgeva Madre Teresa di Calcutta alle sue suore:
“Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da solo a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda?
Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?... non abbandonate mai questo contatto intimo e quotidiano con Gesù come persona viva e reale e non come una pura idea.
Come potremmo passare un solo giorno senza sentirci dire da Gesù: ti amo.
È impossibile. La nostra anima ne ha bisogno tanto quanto il nostro corpo ha bisogno di respirare. Altrimenti la preghiera muore e la meditazione degenera in riflessione. Gesù vuole che ognuno di noi lo ascolti e gli parli nel silenzio del cuore. Vigilate su tutto ciò che potrebbe impedire questo contatto personale con Gesù vivo”. (lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità da Varanasi durante la Settimana Santa del 1993 – 25 marzo)

Il problema della nostra vita come cristiani purtroppo è il NON DESIDERARE L’INTIMITA’ CON DIO, LA SUA CONOSCENZA, LA FAMILIARITA’ CON LUI, FARE IL CAMMINO DELLA VITA IN SUA COMPAGNIA. Preferiamo rimanere nell’ignoranza.
Preferiamo un cristianesimo a nostra misura, un fai da te della vita spirituale, oppure PREFERIAMO PERMANERE IN UNA SOTTILE DISTRAZIONE da Cristo, UNO SCOLLAMENTO DA LUI che diventa distrazione nei confronti di tutto..

Invece Dio, è accessibile a tutti, a tutti coloro che lo lasciano entrare e si lasciano incontrare dal suo sguardo iniziando così un vivere in comunione con Lui.
In questo modo allora la vita diventa vera, e vera perché salvata dalla Sua presenza.
I santi si sentono prima di tutto degli uomini e donne salvate, salvate e rialzate dalla loro debolezza e dal peccato(come la Maddalena, Matteo il pubblicano) figli del loro tempo. E così oggi uomini e donne del nostro tempo. Che tutti i giorni iniziano affidandosi alla Grazia....cadono e si rialzano.

“Ci sono tanti santi anonimi avvolti dal manto del silenzio, i santi delle nostre famiglie. Non c’è nessuno di noi che non abbia dei santi nella sua genealogia, che lo sappia o no. Non sono forse io il figlio delle loro lacrime, della loro preghiera, del loro amore?
La grazia che ricevo oggi non è forse in risposta all’amore di una donna sconosciuta, che recita il suo rosario alla sera di un lungo giorno di lavoro nei campi. E quanti santi miserabili, sì, perché oggi è tempo di grande miseria, ma tempo anche della grande misericordia. Un santo sarà sempre meno un modello di perfezione, e sempre più figlio del perdono. La bellezza di un santo non è quella di un indossatore, ma quella di un volto ferito. Santità misurabile dalla vulnerabilità. Più un essere è ferito dalla vita, più è amato da Dio. Più è rifiutato dagli uomini, più è protetto da Dio, tanto più ferito quanto più amato, quanto più santo.”

La santità è questa, a nostra misura, a nostra portata, è il volto di Cristo riflesso a sua immagine sugli amici di Dio, e forse anche, lo spero, sul nostro volto.

La vita veramente viva, non è quella che si perde nello sballo, che va verso la perdizione, cioè una vita che non sa dove va, che non sa con chi andare, ma la vita che si lascia salvare dal Signore.

La PREFERENZA di Lui, come cammino di vita in pienezza, è quella porta che ci è chiesto di scegliere.
Riconoscere questo chiede alla nostra libertà di preferirlo, di non passare per altre porte di sicurezza e altre vie, anche se ci illudono di essere più facili e allettanti non portano alla vita.
Questa scelta della vita, pochi la scelgono veramente, cioè non significa che pochi possono farla, ma che trattandosi della preferenza di Lui, del Signore e quindi preferenza d’amore, e di pochi.... Perchè è di pochi perché bisogna rispondere alla domanda che Gesù rivolge a Pietro e da quel giorno a ciascuno di noi.
MI AMI TU?
Possiamo rispondere come Pietro.. o fuggire.. o non sentire.. o accogliere e lasciare che il Suo amore invada il cuore e permettono all’Amore di Dio di trasfigurare la loro vita quotidiana.

“Qual è la cosa allora più importante perché la vita sia vera?” ... “La cosa più importante di tutto nella vita dell’uomo è che CI SIA L’AMORE, non può mancare l’amore, ma se Dio è Amore allora la cosa più importante che non può mancare è Dio perché Lui è la fonte la sorgente dell’amore”.

Se non c’è Lui nella tua vita, tutto il resto non quadra. ... Dove non c’è più Dio, tutto il resto diventa torbido e vuoto.
E questo non lo si nota subito.
Anche se non appare immediatamente così evidente e altre cose sembrano più impellenti, notiamo che, se nella nostra vita non c’è Dio, se io non l’ho trovato e non sto nel giusto rapporto con lui, allora nient’altro può essere a posto.

Per questo sono necessari uomini e donne che siano “figli santi” che ci parlano di Dio, che portano Dio dentro la nostra vita.
Uomini e donne che si sentono figli di un Padre BUONO, MISERICORDIOSO e ce lo indicano.
Ed è questo il patrimonio che abbiamo sottratto alle nostre generazioni.
Non abbiamo più indicato il Signore come necessità per vivere la vita.
Abbiamo messo fuori il Signore, abbiamo permesso agli uomini di cultura, di scienza, di arte, di tacere o ignorare Dio, ma la nostra civiltà si è terribilmente impoverita. Quando si nega Dio, si nega l’uomo.
Se Dio esce dalla nostra vita, non riusciamo neanche più ad amare veramente. L’altro, il vicino, il fratello diventa pericoloso, inquietante, estraneo. Non riusciamo neanche più ad amare la nostra stessa vita, visto che spesso ci gioca brutti scherzi.

Chi invece fa scoprire all’altro la presenza di Dio, la paternità di Dio, gli dona la chiave per aprire la porta della vita.

Chi ha il coraggio di dire e indicare questo è in cammino verso la santità perchè ha compreso che nella vita prima di tutto non può mancare Dio. “ senza di me non potete fare nulla”.
E’ arrendersi al Tu di Dio come amore.
Questa è la vera eredità e sapienza che dobbiamo trasmettere.

Ascoltate cosa ha scritto al compimento di un anno, al figlio Francesco, Chiara Corbella mamma malata terminale di 28 anni 15 giorni prima di morire.
«Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. [...] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. [...] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. "Siamo nati un giorno, e non moriremo mai più. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, non scoraggiarti mai, figlio mio: se Dio ti toglie qualcosa, è per darti di più. È bello poter disporre di esempi di vita che ti ricordano che possiamo raggiungere il massimo della gioia già qui, su questa Terra, lasciando Dio guidarci. L'amore è la sola cosa che conta. Lo scopo della nostra vita in terra è il paradiso, e dare la vita per amore è qualcosa di così bello. Me ne vado in cielo a occuparmi di Maria e Davide; tu resta con babbo. Da lassù, pregherò per voi. Francesco, il Signore t'ha voluto da sempre e ti mostrerà il cammino da seguire se gli apri il cuore. Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore... Fidati, ne vale la pena!». Chiara, tua mamma".

Conoscere Dio e imparare ad amare è una sola e medesima cosa.

Noi dobbiamo imparare l’arte dell’amore.
L’amore non consiste solo nel primo grande momento di trasporto.

Però l’amore, il Vangelo, non è acqua zuccherata, non è comodo, ma è una grande sfida, e dunque purificazione, trasformazione e guarigione della nostra vita che ci introduce a ciò che è grande.
E’ lasciarsi ferire dall’altrui libertà, fare spazio all’altro perché l’altro viva in te. L’amore consiste proprio nella pazienza del reciproco accettarsi, nel reciproco avvicinarsi sempre più dal profondo.
Consiste nella fedeltà del sopportarsi, consiste nel camminare insieme, consiste nel sacrificio di se perché l’altro è più importante di me.
Nell’obbedirsi che è un precedere l’altro nel suo bisogno fisico, spirituale o materiale che sia.
L’amore, è l’umiltà che ci fa riconoscere l’altro come necessario alla mia vita, l’altro come mistero.
Insegnare e imparare l’amore. Questo è l’autentico compito di chi parla di Dio.
E questo è ciò di cui ha più abbiamo l’uomo di oggi.
Divenire credibili perchè capaci di amare, figli santi perché peccatori perdonati, rialzati dopo l’ennesima caduta.

Da chi imparare l’amore? Dalla fonte. Da Dio stesso.
Nel Vangelo di Giovanni si dice: “Dio è amore. Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi”.... Gv 15,9
“Il “come” del Padre verso Gesù, il come del Figlio si è sentito amato dal Padre, diventa per noi esperienza.
Gesù è Amore ardente, irradiante, che non può non condividere tutto ciò che ha. E tutto ciò che Dio ha, è ciò che Dio è.
Per donare tutto, Dio deve donarsi tutto. Per questo Gesù non potrebbe accontentarsi di trasmettere ai discepoli una dottrina, o il potere di compiere opere straordinarie. Solo l’esperienza dell’amore che lo unisce al Padre, cioè il dono dello Spirito, è l’eredità vera.
Noi siamo oggetto dell’amore di Dio che ha preferito noi alla salvezza del Figlio.
E Gesù non poteva dire no perché Lui ci ama più di tutto.

Un cristiano, allora non può mai essere soltanto uno che parla, mai soltanto lo specialista di una determinata teoria o di una legge... ma è uno che si lascia prendere dal Signore, che muoia in Lui cosi chè, attraverso la sua persona, il Signore possa arrivare agli uomini. ...

Noi abbiamo paura di consegnare la nostra vita al Signore, Essere presi da Lui, affinchè attraverso di me Egli sia presente. ... lo sprofondare del mio “io” in lui.

“Privami di me stesso e donami a Te” (C. de Foucald)...
ma se non è così come posso nascere vocazioni, o meglio come può nascere il gusto della vita come dono, se in noi non c’è questa passione d’amore per Cristo.

Questo, lasciare scomparire il proprio io in Lui, oggi non solo è difficilissimo da attuare ma ancor più da pensare come forma mentis e da perseguire perché in noi c’è sempre il desiderio di riprenderci il nostro spazio, la nostra vita.
Ma Lo dice bene A. Von Speyr. "La santità non consiste nel fatto che l'uomo dà tutto, ma nel fatto che il Signore prende tutto".
Eppure è il trampolino di lancio per una vita veramente libera e donata.
Come contrasta questa vita libera e donata con la cultura che respiriamo oggi. Infatti un segno caratteristico del nostro tempo è il fatto che si estende sempre di più la cosiddetta vita da single. Cresce e diventa sempre più imponente la percentuale di coloro che non si legano in una relazione durevole, ma sono, appunto, solo dei singoli “io”, dediti unicamente alla propria esistenza.
Ed esiste una specie di paura quasi traumatica di fronte alla fecondità, perché l’altro potrebbe toglierci il posto, perché sentiamo minacciata la parte della nostra esistenza , e questo anche nella Chiesa.
E questo ripiegamento sul voler essere soltanto “io”, in ultima analisi, è paura della morte, paura di perdere la vita, paura di perdere quello che siamo e abbiamo.
Ma l’uomo può trovare se stesso sempre soltanto nella relazione, nell’uscire da sé, nel donarsi.
... e questo significa non trovarsi nel luogo di mia proprietà, nel luogo autonomamente cercato del mio “io”, ma essere là dove è Lui. ... essere là dove è Lui ...essere nel mistero della Croce e della Risurrezione.

Gesù attende ai miei piedi il mio sì, mi onora così, facendomi partecipe del suo servizio.
I santi hanno compreso che la loro unica vera forza era essere presi dentro a questo gesto d’incomparabile amore.
Tale esperienza è però proposta a tutti, a ogni uomo o donna che si fida di Dio, dell’amore di Dio, che non scappa davanti alla croce ma comprende che la croce è il modo con cui Gesù chiede al suo amato(che siamo noi), di lasciarsi amare, perché l’amore dona tutto di sé, compreso il proprio corpo e il proprio sangue.
Ecco perché si può morire perdonando, come sr Leonella, P. Massimiliano Kolbe.. e tutti i martiri del nostro tempo. Ecco perché si può morire per Gesù e il Vangelo, perché uno ha “conosciuto” questo amore di Dio per sé e espropriato del proprio io si rimette tutto a Dio.
La croce allora non è auto-esaltazione del dolore da parte di Dio, o l’imposizione di un giogo pesante all’uomo, ma può divenire con Cristo che si affianca a te la possibilità di una comunione profonda. Addirittura una Grazia.
Prendere la propria croce è un “perdersi nelle mani del Signore”, fissarsi su quell’amore di Dio per me.
Eppure essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l’amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio.
Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante.
Noi abbiamo paura della Croce. Cioè abbiamo paura dell’amore.. che ci prenda tutto.

Invece Cristian Lebreton potrà scrivere e affermare con il dono della sua vita:
... "la croce di Gesù rappresenta il BACIO di Dio".

Stoltezza? Pazzia? O profezia?
Così afferma S. Agostino:
“La radice del disorientamento attuale non sta tanto nella forza dell’errore, quanto nella debolezza di quelli che dovrebbero testimoniare la verità”.

Com’è vero anche oggi tutto questo. Quanta debolezza nella nostra fede
Essere cristiani essere figli santi è allora accogliere la salvezza di Dio nella nostra vita che si fa esperienza d’amore. Non saltare la Croce ma attraversarla abbracciarla perché la croce è la carne di Dio. E Dio risorge.

Oggi, più che mai abbiamo bisogno di profeti non di sventura, ma di speranza nella vita, gioia della Salvezza che è una gioia offerta a tutti, e che non richiede altra qualità o capacità che quella di riconoscerci peccatori salvati dalla misericordia di Dio.
Uomini e donne che custodiscono e vivono una vita interiore di famigliarità con Dio, che pregano, che lasciano illuminare la coscienza dalla Parola, che fanno del loro servizio un Opus Dei, un opera di Dio. Che con compasione si chinano sui fratelli in cammino e ne condividono la sorte.
Ecco la grande profezia che tutti possono esprimere oggi è la gioia dell’appartenenza, non sono un burattino.. ma figlio amato, figlio del perdono, della fraternità, figlio in cammino verso la salvezza.

“Perdono... perdono... perdono” queste le ultime parole di suor Leonella. Sono parole che non si improvvisano.
Tre volte come affermazione di una realtà che e scritta nel cuore.
Non solo come una pia parola, che esce sulle labbra.
Quando uno muore ha solo sulle labbra quello che conta, quello che vale.. Ecco sulle labbra di sr Leonella emerge Gesù, che ha trasmesso a lei, i suoi sentimenti. .. e che ora nel suo corpo e nella sua anima si scindono e divengono un tutt’uno.
Ecco perché sr Leonella, S. Franca, P. Massimiliano Kolbe e tutti i santi ...sono profeti forti e umili del loro tempo e per il popolo loro affidato perché leggono la storia con gli occhi della fede con gli occhi che guardano dalla fessura del cuore di Cristo che pertanto vedono una storia abitata dalla misericordia di Dio che vince sul male. Dio ha l’ultima parola.. ed è una parola di salvezza di perdono.

È questa profezia di un Presenza che è misericordia quello di cui il mondo ha bisogno.

Il mondo ha bisogno di essere trasfigurato dalla misericordia e dalla luce di Dio, da quella dei santi e da nostra condizione di figli arresi all’Amore.
Si, anche noi possiamo avere una vita trasfigurata dall’amore di Cristo per gli uomini di oggi se noi viviamo nella luce di Dio.

...  E come dice don Primo Mazzolari:
C’è in ognuno di noi una trasfigurazione incancellabile: qualcosa di divino che viene fuori senza di noi e con noi..anche quando siamo cattivi.

Il mistero della trasfigurazione non è finito. Ovunque una povera creatura riesce a far emergere dal proprio fondo tenebroso un desiderio o un pensiero di bontà: ovunque qualche cosa di generoso si svincola dal nostro egoismo e si piega su una miseria altrui, ivi s’innalza il monte della trasfigurazione.
Forse non c’è mai stata tanta bellezza sul monte sfatto della nostra umanità.
..vi dicono che i monti non hanno più vette, che non ci sono giornate luminose in questa lunga passione della storia. Non ci credete, c’è luce anche oggi; ci sono anime che ascendono anche oggi: umili volti di mamme che splendono come il sole....
Ai piedi del Tabor c’è una turba di malati, di sofferenti, di affamati, di schiavi che attendono liberazione...scendiamo.. le tende del Signore si piantono nel cuore dell’umanità.

I santi camminano con noi e in mezzo a noi. Siamo figli di santi.
Come figli di santi avanziamo con loro nel bene. Avanziamo nella fede, nella bontà e nel coraggio di non deviare né di fermarci, ma di mantenere lo sguardo d’amore e di fede a Lui. Tenere lo sguardo di fronte a Lui come il centurione per poter dire “Davvero costui è il figlio di Dio”.
Finalmente figli che si sono arresi all’Amore e perciò santi, qui e ora.

Madre Maria Emmanuel Corradini

La diretta video sulla pagina FB della Diocesi

Pubblicato il 13 marzo 2018

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