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«Il nostro unico obbligo, come genitori, è dare l’esempio»

L’ex portiere Giovanni Galli: dal successo al dolore per la perdita del primogenito Niccolò: “Ci hanno salvato la fede e l’unità della famiglia”

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Chi era ragazzo negli anni Ottanta difficilmente non sa chi è Giovanni Galli, 59 anni, portiere, campione del mondo con l’Italia nei Mondiali di calcio del 1982 e con il Milan di Sacchi tra l’86 e il ‘90. Dal 2014 è direttore sportivo della Lucchese, oltre ad essere consigliere comunale a Firenze e commentatore sportivo.

Alla Grande Festa della Famiglia che ha acceso i riflettori sul legame tra genitori e figli, Galli domenica mattina - nell’incontro moderato da Ilaria Tiberio - ha commosso il pubblico di Palazzo Gotico, che lo ha applaudito calorosamente più volte, raccontando l’esperienza che nel 2001 ha segnato la sua vita, il “rigore impossibile da parare”: la morte del figlio Niccolò, 17 anni.

IL PAPA’ CHE LO VOLLE PORTIERE. Non era la prima volta che si trovava ad affrontare un distacco. “Devo a mio padre l’esordio da portiere perché nella squadra locale in cui giocavo da ragazzo mancava chi svolgesse questo ruolo, che non voleva fare nessuno - ricorda -. Io allora giocavo da centrocampista. Doveva essere una situazione provvisoria ma giocai così bene le prime due partite che venni notato e convocato nella rappresentativa pisana e il mio ruolo fu confermato”.
Comincia così la carriera calcistica di Giovanni che, proprio agli esordi, deve misurarsi con la malattia del padre: un tumore alle ossa. “Io dovevo giocare e impegnarmi al massimo nonostante il dramma che vivevo in casa. Mio padre, a cui devo l’inizio della mia carriera da calciatore, non mi vide mai giocare in serie A. Quando morì avevo 19 anni. È stata una prova molto dura, ma non quanto quella di perdere un figlio a 40 anni”.
Galli ha voluto raccontare nel libro “La vita ai supplementari”, edito nel 2010 da Rizzoli, la sua vita da calciatore di successo che ha dovuto fare i conti con il dramma della perdita del primogenito. “Niccolò aveva la passione per lo studio ed era anche un bravo calciatore. A 16 anni decise di andare a Londra, dove cominciò a giocare nell’Arsenal, per essere certo che le sue doti sportive dipendessero da lui e non dal suo cognome”.
E le doti c'erano, perché il giovane, tornato in Italia l’anno successivo, debutta in serie A nel Bologna ma appena quattro mesi dopo, tornando da un allenamento, sull’asfalto bagnato, perde il controllo del motorino e muore.

UN GIORNO RIVEDREMO NICCOLÒ. Un dolore simile toglie il fiato, la voglia di vivere, spesso spezza la famiglia e rompe il matrimonio, ma non dove la fede sostiene e cura. “La nostra famiglia - mia moglie Anna e le altre due figlie Carolina e Camilla - è sempre stata molto unita. La mancanza di Niccolò, del contatto fisico con lui, si sente. Ma la fede e la condivisione di un dolore che non si può superare, ma con il quale si può solo convivere, aiutano ad affrontarlo. Devastante è il momento in cui ci si comincia a chiedersi «perché» è successo, ma non c’è risposta se non nella fede. Niccolò ci è stato donato per 17 anni, sono convinto che lo rivedremo”.
In sua memoria è sorta una Fondazione, per aiutare i ragazzi disabili, quelli che hanno subìto traumi a causa di incidenti stradali o sportivi. “Le istituzioni non danno sufficiente sostegno per terapie di riabilitazione e fisioterapia e a quel punto interviene la Fondazione. Accade spesso che siano amici e parenti a contattarci, perché la famiglia di chi ha subìto l’incidente non accetta quanto accaduto. Comincia così un percorso volto proprio ad aiutare la famiglia”.

DI PADRE IN FIGLIO. Giovanni Galli parla con calma, ha la consapevolezza di chi ha vissuto esperienze forti e ha qualcosa da trasmettere senza per questo farsene un vanto. “Non esiste una scuola per essere genitori - dice -; esiste invece ciò che si è appreso dai nostri stessi genitori. Possiamo decidere di essere severi o permissivi, ma conta l’esempio. È l’unico obbligo che abbiamo. Io sono stato fortunato perché i miei colleghi di lavoro, di fronte ai nostri figli, rimarcavano quello che insegnavo loro. Nonostante ciò che si dice spesso in tv, molti calciatori spendono tempo e denaro per aiutare gli altri”.

Cinzia Trevisan

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