Cammino pieno di ostacoli. Non bisogna dimenticare, come ci spiega Óscar Calderón Barragán, colombiano di Cúcuta (frontiera con il Venezuela) e da qualche mese direttore del Servizio gesuita ai rifugiati (Sjr) dell’America Latina, che “soprattutto Perù ed Ecuador hanno ristretto le proprie politiche di accoglienza, richiedono il visto e non hanno attuato politiche specifiche per i rifugiati e per il loro inserimento. Assistiamo inoltre, proprio in un momento così difficile, a una diminuzione del 3 per cento dei finanziamenti alle organizzazioni internazionali che si occupano di migrazioni”. “L’opinione pubblica dei vari Paesi – prosegue il direttore del Sjr – chiede in questo momento politiche per la popolazione nazionale e frontiere chiuse”. Perciò, quando arrivano al confine con il loro Paese d’origine, i migranti si trovano di fronte all’alternativa di attendere in coda di passare per la frontiera “ufficiale”, con la prospettiva certa di dover vivere un forzato periodo di quarantena, o di passare attraverso le “trochas” le innumerevoli vie di passaggio clandestine, “gestite da bande criminali e trafficanti di esseri umani”, afferma ancora Calderón.

Trattati come traditori. Una volta arrivati in Venezuela, il programma per i “migranti di ritorno” prevede la quarantena, e il loro rimpatrio non risulta particolarmente gradito al regime di Maduro, come spiega Carolina Jiménez: “I ministri di Maduro li stigmatizzano, li accusano di essere traditori della patria. Del periodo di quarantena sappiamo pochissimo, ma certamente sono ammassati in centri inadeguati dal punto di vista igienico e sanitario”. La conferma arriva dalle altre “voci” venezuelane raccolte dal Sir. “È una situazione difficilissima – dice padre Eduardo Soto Parra, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati del Venezuela -. Scontiamo in questa emergenza la mancanza di una politica regionale complessiva sulla migrazione venezuelana, un fenomeno mai visto che non ha avuto risposte. Anzi, i nostri connazionali all’estero hanno conosciuto xenofobia e stigmatizzazione, politiche restrittive, carenza di prospettiva umanitaria, con la parziale eccezione della Colombia. Molti tornano anche perché non riescono più a inviare le rimesse ai propri parenti, una cosa molto importante in un Paese che tiene molto alla famiglia. Non dobbiamo dimenticare che molti sono partiti lasciando i figli piccoli con i nonni, o con i fratelli maggiori. Così si spiega questo desiderio di tornare, che però a mio avviso è passeggero. Una volta terminata l’emergenza, coloro che tornano lasceranno nuovamente il Paese. Attualmente, come Sjr del Venezuela abbiamo cercato di aprire un canale umanitario”. Una cosa non semplice, in tempi di frontiere francobollate: “A Cúcuta c’è il numero chiuso per passare in Venezuela, la situazione è al collasso totale e anche per le nostre organizzazioni non è facile intervenire con generi di prima necessità”.

Quarantena in veri “campi di concentramento”. Un quadro allarmante arriva anche da Rafael Uzcategui, coordinatore dell’organizzazione Provea (Programma di educazione e azione per i diritti umani), una delle ong più attive nel campo della difesa dei diritti umani in Venezuela: “Riceviamo denunce molto preoccupanti sui luoghi di quarantena, gestiti da militari o milizie armate”. La descrizione delinea dei veri e propri campi di concentramento: “Non abbiamo informazioni chiare, ma le segnalazioni parlano di sovraffollamento, assenza di personale medico, luoghi senza servizi igienici, acqua e corrente elettrica. Stiamo facendo pressione sulle organizzazioni internazionali”. 
“Il Governo mostra qualche attenzione solo per Caracas e le regioni centrali – denuncia Uzcategui -. Si fanno pochi tamponi, 50 al giorno in tutto il Paese. Inoltre il virus si è diffuso con più lentezza perché i voli settimanali dall’Europa rimasti erano solo otto”. Ma ora, anche a causa di questa migrazione di ritorno, anche il contagio potrebbe divampare, in un Paese totalmente impreparato dal punto di vista sanitario.

Bruno Desidera

Pubblicato il 30 aprile 2020