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Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)
La forza silenziosa
del Regno di Dio

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]:
«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo,
poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo,
subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola
possiamo descriverlo? È come un granello di senape che,
quando viene seminato sul terreno,
è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno;
ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto
e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola,
come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato,
ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La nostra vita e la Parola
Semina a mano della lenticchia 2.5.2010.DSCN4568Come apprendiamo dagli ultimi versetti dell’odierna pericope evangelica, la comunicazione in parabole non è per Gesù un vezzo stilistico o una tecnica retorica, ma un elemento imprescindibile del suo annuncio intorno al Regno di Dio. Come sappiamo, la parabola è un invito, una sfida all’ascoltatore perché eserciti tutta la sua libertà e intelligenza per comprendere se stesso, il proprio mondo e soprattutto l’operare di Dio nella propria storia. Ma c’è di più.
È interessante la doppia domanda con cui Gesù introduce la seconda parabola: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?” (v. 30). È come se si trattasse di cercare insieme, nella certezza di affrontare un compito affascinante, vitale, ma allo stesso tempo arduo e mai del tutto realizzabile. D’altronde, anche la parabola del chicco di senapa che segue questa illuminante domanda - e affermazione allo stesso tempo - si muove sullo stesso binario. Il Regno è realtà nascosta ma all’opera, governata da una sapienza e forza rispetto a cui siamo sempre inadeguati. Il Regno ci stupisce con proporzioni di crescita inimmaginabili e imprevedibili.
La comprensione del Regno di Dio è dunque un lungo sentiero, sempre cangiante, che non termina mai. A noi spetta percorrerlo. Dobbiamo allora interpretare bene il v. 33: “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere”. Qui non è in gioco la capacità di comprensione intellettuale, quasi che Gesù usasse storielle immediatamente intelligibili per gente senza cultura e senza istruzione. È in gioco piuttosto la responsabilità della fede.
Le due brevi parabole di oggi ci aiutano a comprendere come e che cosa cercare affinché la nostra fede non subisca un terribile depistaggio. La parabola del seme che cresce da sé, propria del solo Marco, illumina magnificamente la questione del “come” cercare. Il Regno può vivere un tempo di totale discontinuità, assenza, silenzio e morte apparente. La Risurrezione di Gesù mostra tutto ciò in modo evidente.
C’è stato un tempo in cui l’avventura del Figlio di Dio pareva terminata per sempre. Ma nei tre giorni della sepoltura, il Seme caduto nel grembo della terra maturava fino alla vita nuova che la morte non può più distruggere. Il seme che cresce da sé mortifica il nostro protagonismo e anche la pretesa che abbiamo di tenere sempre tutto sotto controllo. Quando la vicenda della fede nostra o altrui appare ferma o sepolta, ciò non significa che sia morta. Assomigliamo troppo spesso a contadini inesperti che confondono crescita silenziosa e nascosta con mortale sparizione e, guardando il suolo privo di fili d’erba, concludono che occorre seminare di nuovo. Non siamo noi a dettare i tempi né per l’erba, né per la spiga, né per il grano dentro alla spiga (v. 28). Ci sarà un momento in cui l’attesa si tramuterà in un “subito”, come al v. 29. Noi dovremo essere pronti in quel momento.
Don Claudio Arletti

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